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 DALLA MORTE DI AUGUSTO AGLI IMPERATORI DELLA CASA GIULIO-CLAUDIA

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: DALLA MORTE DI AUGUSTO AGLI IMPERATORI DELLA CASA GIULIO-CLAUDIA    Mer Giu 30, 2010 4:32 am

Dopo la morte di Augustovenne a crearsi tra l’autorità imperiale e l’aristocrazia senatoriale un malessere destinato a protrarsi fino al crollo dell’Impero. In un primo tempo questo contrasto non fu molto grave, poichè i primi successori di Augusto continuarono a governare in sintonia con il Senato, lasciando sussistere le preesistenti magistrature repubblicane, anche se svuotate di autorità. Successivamente, essendosi allontanato il ricordo della Repubblica, gli imperatori diedero il via a una forma di governo sempre più dispotica e assolutista. Alla diminuzione del potere dei magistrati, corrispondeva un aumento del potere dell’esercito ed in particolare dei pretoriani, la guardia personale dell’Imperatore, che sovente erano usi eleminare un principe per crearne un altro a loro gradito. L’importanza delle legioni era dovuta al fatto che esse costituivano la difesa dei confini dell’immenso Impero romano dai tentativi di invasione delle popolazioni barbare. Uno dei caratteri principali dell’Impero fu la sua universalità, per cui gli imperatori estesero a tutti gli abitanti delle diverse province il diritto di cittadinanza e quindi un uguale trattamento e uguali diritti. In questo modo, anche cittadini provenienti da una qualsiasi delle province dell’Impero poteva aspirare alla carica di Imperatore. In relazione a ciò, progressivamente Roma iniziò a decadere perdendo il titolo di caput mundi, mentre si svilupparono altre città che, nel 293 d.C. sotto il regno di Diocleziano, con la divisione dell’Impero divennero capitali in sostituzione di Roma. Economicamente il periodo imperiale non fu florido e con il tempo venne a crearsi una grave crisi che fu uno dei principali motivi della decadenza del mondo romano. La maggiore preoccupazione dei regnanti e dei loro ministri non fu lo sviluppo delle attività economiche, ma piuttosto il procurarsi gli approvigionamenti necessari al sostentamento del popolo importantandoli direttamente dai luoghi di produzione.In questo modo si vennero a creare anche delle situazioni particolari in base alle quali, regioni che senza produrre nulla vivevano alle spalle delle altre. Dieci anni prima della sua morte Augusto designò come proprio successore il figliastro Tiberio. Questi governò dal 14 al 37 d.C. continuando l’opera del suo predecessore, collaborando il più possibile con il Senato e perseguendo una politica di pace e usando le armi solo per reprimere due rivolte militari in Pannonia e presso il Reno. Fu un buon imperatore fino a quando non venne accusato ingiustamente della morte del proprio nipote Germanico. A causa di ciò si ritirò nella sua villa di Capri, lasciando che a controllare Roma pensasse Seiano, comandante dei pretoriani e suo uomo di fiducia. Ma costui in realtà mirava alla successione; scoperte le sue trame venne accusato di cospirazione e messo a morte. In seguito a questi fatti, Tiberio divenne sospettoso e crudele, e anche la sua politica si trasformò in breve tempo, facendolo passare alla storia come un tiranno. Sotto il suo regno, in Palestina si assistette alla predicazione e alla morte per croce di Gesù Cristo e alla conseguente nascita del Cristianesimo. A succedergli venne chiamato dal Senato il figlio di Germanico, Gaio Cesare detto Caligola per via dei calzari di tipo militare che amava indossare. Questi regnò dal 37 al 41 d.C. e fu uno dei peggiori imperatori che Roma abbia avuto. Cercò di instaurare una monarchia assoluta di tipo orientale e si fece tributare un culto divino. Entrò in urto con il Senato che tentava di limitare le sue spese folli e di ridurre lo spreco di denaro pubblico; all’assemblea senatoriale egli rispose con un atto di estremo disprezzo, facendo nominare senatore il proprio cavallo. Caligola venne ucciso dai pretoriani e sostituito da Claudio, che regnò dal 41 al 54 d.C.. Riflessivo e dedito agli studi, era ritenuto da più parti inadatto a ricoprire una carica così delicata. Una volta insediato egli sorprese tutti dimostrando una notevole energia e molta autorità nell’esercizio del potere. Ripercorrendo le orme di Augusto, collaborò attivamente con il Senato e attuò una politica tendente a favorire lo sviluppo delle province, alienandosi le simpatie dell’aristocrazia romana. Claudio aveva ereditato da Caligola una città economicamente dissestata motivo per il quale, con l’intento di moralizzare la vita cittadina, tentò di restaurare l’antica religione e di reintrodurre la censura. Morì in modo misterioso, pare avvelenato dai funghi consumati durante il pranzo. Il suo successore venne nuovamente eletto dai pretoriani che lo scelsero nella persona di Claudio Nerone, il cui regno duro dal 54 al 68 d.C.. Nerone salì al trono all’età di diciasette anni e nei primi anni del suo governo fu affiancato nel disbrigo delle questioni di Stato dalla madre Agrippina e dal suo precettore, il filosofo Seneca. Molto presto, la sua smania di potere lo portò a far assassinare la madre e a costringere Seneca al suicidio, accusandolo di aver partecipato alla congiura dei Pisoni, mirante alla detronizzazione di Nerone. Tralasciò gli affari di governo per dedicarsi alle sue grandi passioni: la poesia ed il teatro. Amava esibirsi in pubblico nei teatri, comminando pene severissime a tutti coloro che non apprezzavano le sue doti artistiche. Nel 64 d.C. accadde l’evento per il quale Nerone passò alla storia: l’incendio di Roma. Accusato di averlo appiccato per potersi poi godere lo spettacolo dell’immane rogo, egli accusò ingiustamente i cristiani scatenando contro di loro una feroce persecuzione. Pur non occupandosi mai degli affari di Stato, riuscì a vincere una guerra contro i Parti e a reprimere una ribellione in Giudea grazie a due suoi abilissimi generali: Corbulone e Vespasiano. Mentre si trovava in Grecia scoppiarono violenti disordini nelle province occidentali dell’Impero; tornato velocemente a Roma, non riuscì nell’intento di ripristinare la propria autorità e ad arginare il malcontento ormai dilagante. Isolato anche dai suoi pretoriani, venne dichiarato nemico della patria dai senatori. Per evitare il linciaggio della folla preferì farsi uccidere da uno schiavo.
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