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     SOCRATE

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    AutoreMessaggio
    Valentina



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    Data d'iscrizione : 30.06.10

    MessaggioTitolo: SOCRATE   Mer Giu 30, 2010 5:14 am

    Il primo periodo della filosofia greca, quello dei naturalisti presocratici, è rivolto al mondo esterno, all’oggettività. I presocratici si interessano della natura, e a questo loro interesse per il mondo oggettivo corrisponde nella vita pratica delle poleis greche l’osservanza di valori imposti dalla tradizione, dall’autorità: valori in qualche modo “oggettivi”, accettati in maniera dogmatica, acritica. Nella prima fase del pensiero greco, nei naturalisti presocratici, si manifesta l’attenzione per l’oggetto, per ciò che è contrapposto all’uomo, per la natura, e si manifesta una tendenza all’oggettività anche nella vita etica. I naturalisti si interessano pressoché esclusivamente della natura; solo con i sofisti si verifica una rivoluzione antropologica e l’uomo viene messo al centro della riflessione filosofica.
    L’irrompere dei sofisti sulla scena introduce — abbiamo detto — la soggettività nella riflessione filosofica; non soltanto l’attenzione si sposta dall’oggetto, cioè dalla natura, al soggetto, al mondo dell’uomo, ma si pretende che si possano avere solo punti di vista soggettivi. I sofisti in fondo sono anti-filosofi, la loro dottrina è la retorica, l’arte del ben parlare; ma perché la retorica diventa per loro decisiva? Perché non c’è più verità, non c’è più un riferimento oggettivo; quello che conta sono le convinzioni personali, individuali, soggettive, e queste non hanno una possibilità di verifica, di riscontro oggettivo, quindi si possono soltanto imporre le une o le altre, e si imporranno meglio se saranno veicolate attraverso bei discorsi: la retorica, l’arte del ben parlare, l’arte della persuasione, diventa fondamentale. Ma nella fase di degenerazione della sofistica, se non basta il bel discorso, se non basta la retorica per imporre la mia convinzione, potrò far ricorso anche alla forza, e infatti nella seconda sofistica si delinea il “positivismo del potere”. La sofistica può dunque considerarsi come il momento dell’affacciarsi deciso della soggettività nel mondo della filosofia.
    Le figure di Socrate e di Platone ricostituiscono l’oggettività, ricostituiscono l’orientamento dell’esistenza in base a valori oggettivi, universali, che trascendono l’individuo, ma riescono a fondare col ragionamento questi valori oggettivi, quali il bene, la virtù, il coraggio, la giustizia. I punti di riferimento dell’azione pratica sia dell’individuo sia della collettività, tanto della morale quanto della politica, vengono ricostituiti su un piano oggettivo, ma in maniera ben diversa dalla tradizione, cioè da quello che era stato il primo momento della civiltà greca. Per sintetizzare, e per dare un’immagine netta della operazione che compiono Socrate e Platone, si può dire questo: la Grecia presofistica aveva contenuti giusti, contenuti veri: giustizia, aretè, saggezza, misura nel comportarsi, lealtà, rispetto dei genitori e degli dei, insomma i valori tradizionali. I valori-guida dei Greci arcaici erano giusti, orientati al bene, ma la forma in cui questi contenuti erano veicolati e venivano imposti era sbagliata: era la forma dell’autorità, l’autorità della tradizione o della religione olimpica, comunque qualche cosa di non sottoposto a un vaglio critico. I contenuti veri di morale privata e pubblica si imponevano nella società greca attraverso una forma sbagliata, la forma dogmatica, e dogma significa verità non dimostrata, accolta in maniera acritica. I sofisti in questo quadro costituiscono un passo in avanti, ma un passo in avanti contraddittorio. Essi propongono la forma giusta, che è quella dell’argomentare, del riflettere, del ragionare. I sofisti scardinano i valori tradizionali, sottoponendo tutto a discussione. Però, pur avendo instaurato la forma giusta, cioè il ragionamento, l’argomentazione, impongono o cercano di imporre i valori sbagliati, i contenuti sbagliati, cioè quelli della soggettività, dell’arbitrio, i contenuti legati all’individuo, per cui la morale sofistica finisce con l’essere o una morale in cui il bene coincide col piacere (edonismo) o con l’utile (utilitarismo). Per riassumere: nella Grecia presofistica abbiamo contenuti giusti e forme sbagliate; nei sofisti abbiamo una forma giusta, cioè l’argomentazione, ma contenuti sbagliati, cioè contenuti di carattere arbitrario, individuale. Il grande sforzo di Socrate e di Platone è quello di trovare un modo per identificare contenuti giusti, cioè i contenuti oggettivi di verità, di bellezza, di bontà, di coraggio, di virtù, attraverso la forma giusta, che è quella della riflessione critica, del vaglio razionale. In Socrate e Platone a un contenuto oggettivo cioè universale, deve corrispondere una forma adeguata, cioè universale (e quindi razionale).
    Sulla scorta di Hegel, si possono paragonare i sofisti agli illuministi; l’illuminismo implica la fiducia nella ragione, che illumina tutte le conoscenze e tutti gli atteggiamenti umani. I sofisti hanno avuto il merito di essere i primi illuministi, cioè i primi a sostenere che tutto deve essere passato al vaglio critico della ragione. Ma questo mettere al centro la ragione avviene in maniera ambigua, facendo sfociare tutto il loro discorso nell’idea che l’uomo è la misura di tutte le cose. A questo punto si ha una dissoluzione delle certezze, dei punti di riferimento della società tradizionale greca, animata da forti ideali che avevano portato anche, ad esempio, alla vittoriosa resistenza contro i Persiani. Faccio questa premessa anche per cercare di dare l’idea dell’atmosfera in cui avviene il fatto veramente sorprendente: la condanna a morte di Socrate, su cui ci soffermeremo in seguito. La condanna di Socrate si spiega con questa atmosfera: i valori tradizionali sono crollati ad opera del tarlo critico sofistico, provocando una grave crisi, che porta alla fine dell’egemonia ateniese, e Socrate viene appunto assimilato ai sofisti. C’è in proposito una frase molto efficace nel dialogo Sofista di Platone: «Il lupo assomiglia al cane, l’animale più selvaggio assomiglia all’animale più domestico». Questa affermazione un po’ enigmatica si riferisce evidentemente a Socrate; Socrate è stato scambiato per un sofista ed è stato condannato a morte perché è stato visto soltanto l’aspetto negativo della sua opera, il fatto che seminava il dubbio. La società ateniese non si è resa conto che non era un lupo come appariva, non era un lupo come i sofisti, bensí era un cane. Vale a dire che alla sua opera corrosiva, al tarlo critico, al dubbio, faceva seguire una parte costruttiva, la maieutica, la nascita della verità dall’intimo dell’individuo. Gli Ateniesi non intesero questa seconda metà dell’opera di Socrate, ma si soffermarono sulla parte distruttiva, e quindi lo condannarono a morte scambiandolo per il peggior sofista, per colui che aveva semplicemente distrutto i valori tradizionali, che non credeva negli dei e seminava l’ateismo e la corruzione tra i giovani. Anche a noi, se non stiamo attenti, Socrate si presenterà come un lupo, cioè sembrerà semplicemente un continuatore della sofistica, mentre invece è un eroe del pensiero, che dalla sofistica cerca di trarre le armi del ragionamento, ma per rivolgerle contro la sofistica stessa, al fine di edificare la verità su nuove basi.
    Il metodo, la chiave decisiva che Socrate adopera per compiere questa operazione, consiste nel mostrare l’autocontraddittorietà della sofistica. Socrate riesce a dimostrare che quanto affermano i sofisti è falso, ma non perché eserciti anch'egli un’arte del bel discorso contrapponendo buoni sentimenti e valori edificanti ai valori distruttivi e all’atteggiamento individualistico dei sofisti, perché, se avesse fatto questo, Socrate sarebbe veramente stato anch’egli un sofista. Socrate invece respinge il discorso lungo, cioè il discorso che tende a muovere gli affetti, a persuadere, e adopera piuttosto la brachilogia, come viene detto nei dialoghi di Platone, cioè il discorso breve, composto di rapide domande e risposte, che portano a far emergere la debolezza, la contraddittorietà dell’avversario. Si tratta di un’arma di ricerca della verità molto importante: Socrate non contrappone una sua verità alle presunte verità dei sofisti, ma riesce a mostrare che queste sono internamente contraddittorie, cioè che si autocancellano. Ma, se si autocancella il discorso della soggettività e dell’individualismo, evidentemente è vero il discorso opposto, cioè quello dell’oggettività e della comunità, della socialità. Faccio alcuni esempi: la sofistica arriva all’affermazione che non c’è verità, ma l’affermazione che non c’è verità è autocontraddittoria, perché l’affermazione stessa pretende di essere vera, e allora mentre come sofista dico che non c’è verità, Socrate mi dimostra che, nel momento in cui sto affermando che non c’è verità, sto pretendendo però di dire una cosa vera, e quindi ammetto l’esistenza della verità. Allo stesso modo il sofista è un relativista: tutto è relativo, ma se affermo che tutto è relativo starò pretendendo però di dire qualche cosa di assoluto, e quindi starò ammettendo che la mia affermazione ha pretese di assolutezza, quindi sto riconoscendo che esiste un assoluto. Confutando i sofisti, Socrate dimostra che esiste la verità, che esiste l’assoluto, e naturalmente a questo punto si tratta di mettersi alla ricerca della verità e dell’assoluto. Teniamo dunque presente questo quadro di connessione, ma anche, nello stesso tempo, di netta distinzione di Socrate con la sofistica.
    Il fraintendimento del ruolo di Socrate emerge con chiarezza nella commedia Le nuvole di Aristofane (del 423 a.C.), dove il filosofo viene presentato come abitatore di un pensatoio sospeso tra le nuvole. Socrate vive con la testa tra le nuvole, vive in un mondo vacuo di chiacchiere, di sofismi, si direbbe oggi, cioè di discorsi sottili, ma capziosi e falsi. A questo Socrate che vive nel pensatoio tra le nuvole si rivolgono prima un padre, poi un figlio; il padre, Strepsiade, cerca rimedio contro i suoi creditori, e Socrate gli fornisce una serie di argomentazioni per liberarsi dai creditori, ma, quale rappresentante del mondo arcaico, Strepsiade è un personaggio rozzo e non riesce a impadronirsi bene dei ragionamenti che Socrate gli suggerisce. Per questo preferisce mandare il figlio, Fidippide, che è più brillante, più giovane, più sveglio, a imparare lui le tecniche di argomentazione, ma Socrate gli insegna a liberarsi dell’autorità del padre, per cui il figlio finisce con l’esautorarlo, col bastonarlo addirittura. A questo punto Strepsiade, irritato, vedendo in Socrate colui che distrugge l’autorità paterna, l’autorità degli dei, colui che insegna a rendere più forte il discorso più debole, come dirà poi Platone, distrugge il pensatoio tra le nuvole di Socrate. Quindi anche Aristofane, che era una personalità molto attenta, molto brillante dell’Atene del V secolo, presenta Socrate come il più acuto dei sofisti.
    Mi sono soffermato su Le nuvole di Aristofane, perché, come sapete bene, tentare di conoscere il “vero” Socrate costituisce un problema veramente arduo: Socrate non ha lasciato niente di scritto, e quindi si pone il problema di risalire alle testimonianze indirette del suo pensiero. Come è stato detto, Socrate fu un seminatore, ha sparso semi nella cultura ateniese, e questi semi hanno fruttato in maniera diversa, in dipendenza dal terreno in cui sono caduti. Possiamo dai semi cercare di risalire al seminatore, ma essi hanno fruttificato in maniera diversa. Delle fonti del suo pensiero quattro sono le più importanti; la prima, non però in ordine di importanza, sono le commedie di Aristofane. Ma è chiaro che le commedie di Aristofane ci danno indicazioni non affidabili sulla figura di Socrate, perché Aristofane lo ha frainteso considerandolo un sofista, inoltre da artista ci metteva del suo nel descrivere una figura così singolare come quella socratica. Una seconda fonte sono i Detti memorabili di Socrate,opera di Senofonte. Senofonte era un discepolo abbastanza fedele di Socrate, ma viene accusato dalla critica di essere stato un moralista, che ha voluto lasciare un bel quadro di questo suo maestro finito così tragicamente, quindi i suoi Detti memorabili sono una raccolta di belle citazioni, che dovrebbero essere socratiche, ma vengono decisamente abbellite da Senofonte per fornire un ricordo edificante del maestro. Se quindi Aristofane sicuramente ha peggiorato Socrate e lo ha messo in ridicolo da buon commediografo, Senofonte è caduto nell’eccesso opposto, cioè ha fatto un po’ di agiografia, lo ha visto come una specie di santo ante litteram e ha cercato di descriverne l’altezza morale. Disponiamo di altre due fonti più decisive. Fondamentale è quella di Platone. Le sue opere giovanili sono i dialoghi che si chiamano appunto “socratici”, in cui è molto difficile scindere la figura di Socrate da quello che invece pensa in maniera originale Platone. Per illustrare questo problema farò solo riferimento a un aneddoto riportato da Diogene Laerzio, un autore che descrive le vite dei filosofi antichi. Egli racconta che Socrate, alla vigilia del giorno in cui gli si presentò Platone, giovane e brillante aristocratico ateniese, che intendeva accodarsi al gruppo di coloro che lo seguivano, sognò un cigno che a un certo punto spiccava il volo dal suo grembo e se ne andava in cielo liberamente. Mi pare che questo aneddoto molto bello esprima tutta la difficoltà di risalire al pensiero originale di Socrate partendo da Platone; che cosa vuol dire infatti questo aneddoto? Lo splendido cigno si trova nel grembo di Socrate, però poi spicca un volo libero: Platone è una personalità filosofica di una tale grandezza che non può evitare, negli stessi dialoghi giovanili, di descrivere il Socrate protagonista dei suoi dialoghi con tratti che vengono da lui, da Platone. Scindere Socrate da Platone è molto arduo. Riepiloghiamo: Aristofane non è affidabile perché è troppo critico, Senofonte è troppo benevolo e troppo agiografico, Platone è troppo grande per non averci messo anch’egli del suo nel descrivere Socrate come protagonista dei dialoghi.
    Anche l’ultima fonte, Aristotele, è discussa. Aristotele afferma che Socrate è una pietra miliare della storia del pensiero, perché ha scoperto l’universale e l’induzione. Tutto questo è criticato dagli storici della filosofia, però ha una base di verità: Socrate sarebbe colui che ha scoperto il fatto che al di là delle singole azioni giuste c’è la giustizia, al di là dei singoli atti di coraggio c’è il coraggio, cioè avrebbe segnato la strada, che sarà poi pienamente percorsa da Platone, dell’elevazione dall’individuale, dal particolare, da quello che colpisce i sensi, all’universale. Socrate, “scopritore del concetto”, secondo Aristotele avrebbe individuato l’universalità e il metodo per raggiungerla, cioè il metodo induttivo, che è quello che va dal particolare all’universale. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un filosofo di primissima grandezza, che evidentemente ha interpretato quello che è stato il vero messaggio di Socrate. Allora, per ricostruire questo vero messaggio, non resta che cercare di considerare anche le vicende di Socrate; perciò nell’ultima parte della nostra conversazione ci soffermeremo a leggere qualche passo dell’Apologia di Socrate, cioè del discorso che egli avrebbe tenuto in sua difesa prima di essere condannato a morte, e poi a considerare il suo atteggiamento alla vigilia dell’esecuzione della condanna a morte.
    Socrate rimane in gran parte un personaggio enigmatico, ma, paradossalmente, proprio per questa sua enigmaticità, finisce con l’avere un’influenza, non solo nella storia del pensiero, ma anche nella storia più generale della civiltà, talmente grande da essere stato paragonato da qualcuno a Cristo, proprio per il fatto che, pur non avendo lasciato un messaggio scritto suo proprio, ha esercitato un’influenza grandissima. L’influenza esercitata nei secoli da Socrate dipende in fondo dal fatto che egli ha diffuso come insegnamento fondamentale quello che diceva ironicamente di avere letto sul frontone del tempio di Delfi, cioè il famoso “conosci te stesso”. Il messaggio di Socrate è l’invito a riconoscere e coltivare la propria capacità di orientarsi nel mondo sulla base della propria autocoscienza. Socrate dà questo contributo alla civiltà occidentale, mentre altre civiltà sono schiacciate dall’autorità, dalla tradizione e non si risollevano mai da questo peso. Socrate dona all’uomo occidentale la centralità di se stesso: la verità c’è (al contrario di quello che dicono i sofisti), però essa scaturisce dal proprio intimo; la convinzione non può essere altro che un possesso personale, raggiungibile soltanto con lo sforzo personale, e quindi ognuno dei discepoli di Socrate è un buon socratico proprio in quanto manifesta una personalità diversa dall’altro. Aristippo e Antistene, ad esempio, dicono cose molto diverse da Platone: sono tutti e tre socratici, ma sono buoni discepoli di Socrate proprio perché sviluppano ognuno una propria personalità. Socrate ha insegnato che ognuno non deve cercare punti di riferimento esterni, non deve cercare la verità fuori di sé, bensí dentro di sé. Diventa chiaro che è stato coerente nel non scrivere, perché in fondo scrivere significa ipotizzare che si siano raggiunte verità, e che queste verità si possano andare poi ad attingere nei libri. Scrivere, per Socrate, sarebbe stato contraddittorio con l’essenza della sua dottrina: se la verità deve scaturire dall’interno dell’uomo, dare all’individuo l’appoggio esterno di un libro, che magari col passare del tempo acquista sempre più un’aura di autorità, significa dirgli: «Non preoccuparti di misurarti tu stesso con la realtà, di raffinare le tue capacità critiche, il tuo spirito di osservazione e la tua intelligenza, non ti preoccupare, perché tanto la verità sta scritta lì, nel libro. Ti puoi anche addormentare, puoi fare a meno dell’uso del tuo intelletto, tanto la verità la puoi attingere facilmente con uno sforzo esteriore». Con il suo “conosci te stesso” Socrate ci ha lasciato un messaggio perenne, che è ancora valido, ma ci mette nella difficoltà di ricostruirne la figura, per cui in fondo ognuno si ritrova il suo Socrate, perché paradossalmente ognuno si avvicina tanto più a Socrate quanto più è se stesso.
    Come si metteva in moto il meccanismo di avvicinamento a se stessi? Socrate ha esercitato un metodo per rimettere ognuno sulla traccia di se stesso. Il padre dell’esistenzialismo, Kierkegaard, ha detto che Socrate è un barcaiolo, nel senso che traghetta gli individui dalla sponda dell’ottusità, dell’agire semplicemente per sentito dire, all’altra sponda, quella dell’autocoscienza, per la quale si agisce non in base al sentito dire, alle mode o alle autorità, ma perché si è convinti di quello che si fa; messo l’individuo sull’altra sponda, il barcaiolo se ne va via. Socrate cioè riesce a compiere questo prodigio: di far passare l’individuo, l’uomo occidentale, dal sonno, dall’ottusità del vivere credendo in valori mai controllati criticamente (oggi si direbbe il vivere secondo la tradizione, o secondo la moda, che sono due varianti diverse di un atteggiamento antisocratico), all’autocoscienza, alla sorveglianza critica, ma questa sorveglianza critica ognuno la deve esercitare da sé. Una volta che ha portato il passeggero sulla sponda, il barcaiolo Socrate lo lascia a se stesso nella terra dell’autocoscienza, della critica, della razionalità, che ciascuno deve esplorare da se stesso.
    Come operava Socrate questo passaggio da sponda a sponda? Con un metodo, termine che, come sapete, viene dal greco odós, che significa strada. Socrate trova una strada per fare questo, insegna un metodo, che, come ogni buon metodo nella storia della filosofia, consta di una pars destruens e una pars construens. La parte distruttiva è quella che ha più colpito gli Ateniesi ed ha portato, come abbiamo detto, a identificarlo come un sofista. Se si vogliono costruire atteggiamenti giusti, proiettati verso la verità, bisogna prima distruggere la concrezione di false credenze che l’individuo si porta dentro, bisogna prima sgombrare il terreno e poi si può cominciare a costruire l’approccio alla verità. La parte distruttiva ha come sua prima manifestazione l’ironia. Questa non significa disprezzo dell’altro, implica infatti tra l’altro anche una forte autoironia di Socrate. Per dare un’idea dell’ironia socratica vorrei leggere una parte dell’Apologia di Socrate, cioè del suo discorso difensivo quale Platone ce lo ha raccontato. Socrate viene portato in tribunale con l’accusa di avere seminato la corruzione e l’ateismo tra i giovani, di indagare le cose della natura, di non credere negli dei. Egli si difende pressappoco così: «Si è sparsa la voce di una mia tracotanza, di una mia superbia, di una mia pretesa di sapere, ma in effetti tutto questo è nato dal mio amico Cherefonte, che è andato all’oracolo di Delfi e ha sorprendentemente appreso dall’oracolo che io ero l’uomo più sapiente». Procede dicendo ai suoi accusatori, ma anche al pubblico degli Ateniesi: «Voi sapete che Cherefonte fu mio amico sin da giovane, parteggiò per il vostro partito democratico, con voi condivise il recente esilio e con voi ritornò. Voi sapete come era impetuoso Cherefonte in ogni sua impresa; un giorno andò a Delfi e osò consultare l’oracolo su questo. Cittadini non borbottate. Cherefonte chiese dunque se c’era qualcuno più sapiente di me, e la Pizia [cioè la sacerdotessa portavoce del dio di Apollo] rispose che non c’era nessuno. Su ciò vi potrà dare testimonianza suo fratello qui presente, perché Cherefonte è morto». Cherefonte dunque, amico di Socrate, va a consultare l’oracolo; col riferimento alla consultazione dell’oracolo Socrate vuol dire: «Io non disprezzo la religione olimpica: mi si accusa di ateismo, ma io non voglio distruggere i vecchi valori. Cerchiamo solo di capire che cosa essi significano. Li voglio accogliere, ma ponendoli su nuove basi, quindi accetto che ci sia un oracolo, però non possiamo fermarci al vecchio atteggiamento per il quale il messaggio dell’oracolo viene accolto passivamente. Esso deve essere passato al vaglio della ragione, deve essere sottoposto ad una interpretazione razionale: l’oracolo ha detto che io sono l’uomo più sapiente, apparentemente è una cosa falsa, infondata, eppure non può avere sbagliato; ma in che senso sarà vero quello che ha detto? Devo mettermi a cercare di capire in che senso questo è vero».
    «Guardate perché vi dico questo: sto per spiegarvi donde ebbe origine la calunnia. Udito il responso riflettei: che cosa vuol dire il dio, a che cosa allude? Sono consapevole di non essere sapiente né poco, né molto, che cosa vuol dire allora quando afferma che sono il più sapiente di tutti? Certo non mente perché non gli è lecito; per molto tempo restai incerto su che cosa volesse dire. Poi controvoglia mi volsi a cercarlo e mi recai da uno di quelli considerati sapienti, convinto che soltanto così avrei confutato il responso e mostrato all’oracolo:costui è più sapiente di me, ma tu dicevi che ero io”». Socrate si mette in giro, alla ricerca di qualcuno più sapiente di lui, per smentire eventualmente l’oracolo, e si imbatte prima di tutto in un uomo politico. «Esaminandolo a fondo non è necessario che ne dica il nome, basti dire che era un politico col quale, valutando e discutendo, mi successe ciò che sto per dirvi mi parve che egli sembrasse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma che non lo fosse. Allora provai a mostrargli che credeva di essere sapiente, ma non lo era, e così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Allontanandomi, ragionai tra me stesso: “Di costui sono più sapiente. Forse nessuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede di sapere qualcosa e non sa, mentre io non so e non credo neppure di sapere, pare dunque che almeno in questa piccola cosa io sia più sapiente di lui: ciò che non so non credo neppure di saperlo. Di qui mi recai da un altro di quelli considerati ancora più sapienti e ne ricavai la stessa opinione, anche in questo caso divenni odioso a lui e a molti altri». Si inizia dunque in questo modo a diffondere l’odio per Socrate in Atene, ma quel che più importa è che qui viene fondata la famosa teoria del sapere di non sapere: Socrate non ironizza semplicemente verso l’interlocutore, ma anche verso se stesso, e si riconosce non sapiente; però, mentre l’altro ha la tracotanza di credere di sapere, pur essendo ignorante, ed è quindi doppiamente ignorante, Socrate, sapendo di non sapere, è in possesso di una certezza molto solida. Può sembrare un gioco di parole, ma in effetti con questa formula Socrate compie proprio la scoperta dell’atteggiamento filosofico: il sapere di non sapere. La filosofia greca classica, quella che appunto parte da Socrate, la filosofia rinascimentale, la filosofia classica tedesca, cioè i più alti momenti della storia della filosofia, hanno proprio questo concetto al centro: l’uomo è un essere intermedio. Socrate col ‘sapere di non sapere’ vuol dire che l’uomo è un essere intermedio tra ignoranza e sapienza, tra imperfezione e perfezione e quindi, essendo intermedio, sta al centro. Quello di Socrate è un grande discorso umanistico: l’uomo non è un animale immerso nella totale ignoranza, non è un bruto, non ha un destino segnato da meccanismi istintuali, ciechi, che deve seguire per forza nell’ottusità permanente, e non è neppure un dio onnisciente. L’uomo non è assolutamente ignorante e non è completamente sapiente, è un essere intermedio, e in questa situazione intermedia sta la sua grandezza: non essendo né ignorante, né sapiente, sa di non sapere, ma questo sapere di non sapere vuol dire che sa già qualche cosa. Quindi non è assolutamente ignorante e sta sulla strada del sapere. C’è in embrione in questa formula socratica tutta la storia della filosofia, ma anche in qualche modo della stessa civiltà occidentale: l’uomo non è un ente dato una volta per tutte come gli altri enti della natura, che obbediscono a un meccanismo a cui non possono sfuggire; l’uomo invece è perfettibile, si crea da sé, può ascendere alla consapevolezza e può diventare migliore, può progredire, e la filosofia è l’atteggiamento propriamente umano perché meglio esprime la natura intermedia e in cammino dell’uomo. La filosofia è qualche cosa di perennemente intermedio, perché significa amore del sapere, non possesso del sapere, implica una tensione continua al sapere: l’atteggiamento filosofico è l’atteggiamento propriamente umano. L’uomo è filosofo se è veramente uomo, perché appunto sa di non sapere, cioè si trova teso verso la conoscenza, verso la sapienza: non le raggiunge mai pienamente, ma vi aspira di continuo. Si apre così la strada al progresso indefinito per l’umanità, alla perfettibilità; sia il singolo individuo, sia l’umanità nel suo complesso sono perfettibili: l’uomo non è ignorante e non è assolutamente sapiente, non raggiunge mai l’onniscienza, ma si avvicina indefinitamente al sapere e alla conoscenza, quindi è filosofo nel senso che sta continuamente sulla strada, ha sempre il desiderio, l’amore del sapere, anche se non lo riesce a raggiungere mai appieno.
    Il primo meccanismo del metodo di Socrate, l’ironia, consiste nello scuotere le certezze. Di fronte ad esempio a Eutifrone, che sta andando in tribunale a denunciare il padre credendo di sapere che cosa sia la pietà e la giustizia, oppure nell’incontrare lo stratega Lachete, che è sicurissimo di sapere che cosa è il coraggio, Socrate agisce ironizzando su queste loro presunte certezze e facendo crollare la sicumera, la tracotanza dei suoi interlocutori. Crollate le certezze, subentra il momento più drammatico, il dubbio, che costituisce il secondo momento della pars destruens del metodo di Socrate. Il dubbio che si ritrova nella storia della filosofia può essere di due tipi. Ci può essere un dubbio scettico o sofistico o sistematico, che è quello dei sofisti, è il dubbio che rimane fine a se stesso: si dubita perché non c’è niente di vero e si rimane in una atmosfera di incertezza; ci dobbiamo accontentare delle opinioni perché la verità non si può raggiungere. Anche i sofisti ricorrevano al dubbio, ma il loro era un dubbio scettico, cioè fondato sull’ipotesi che non c’è verità, ovvero un dubbio sistematico, nel senso che esso diventa un sistema filosofico. Gli Ateniesi sbagliarono credendo che il dubbio di Socrate fosse di quel tipo. Invece il dubbio di Socrate è metodico, cioè è una strada verso la verità. In altri termini, mentre col dubbio scettico, sistematico, si parte dal dubbio per rimanere all’interno del dubbio, col dubbio socratico, col dubbio metodico, si parte dal dubbio per arrivare alla verità: il punto d’approdo è del tutto opposto. Il meccanismo che innesta il dubbio è molto semplice, si può usare molto facilmente, e se si usa bene è efficace, mentre se si usa male è solo distruttivo: è la domanda ti èsti, che significa “che cosa è”? Socrate mette in moto il dubbio semplicemente chiedendo che cosa è quello che sta facendo l’interlocutore, e questo dà lo spunto ad Aristotele per dire che Socrate è lo scopritore del concetto; infatti chiedere: “che cosa è?” significa chiedere l’essenza di una cosa, cioè quello per cui una cosa è quello che è e si distingue dalle altre, cogliere il cuore di una cosa, la sua essenza, espressa dal concetto.
    Prendo un esempio da un dialogo di Platone, l’Eutidemo. Di fronte al problema di come è giusto comportarsi Eutidemo, sollecitato da Socrate, si dice sicuro di saperlo risolvere, e cade nell’errore in cui cadono tutti coloro a cui si chiede che cosa è quello che stanno facendo: inizia a enumerare i comportamenti giusti: «Ecco, per esempio, fra i comportamenti giusti ci metteremo sicuramente il non mentire, il non ingannare e il non rubare», ed è convinto di avere detto, in questo modo, cose giustissime, di avere sbaragliato l’avversario. Socrate gli replica pressappoco: «Allora siamo d’accordo che sarà giusto non mentire. Ma se, per esempio, io sono uno stratega, sono un generale, e i miei soldati stanno subendo un rovescio militare, sono scoraggiati e rischiano di essere travolti, ma li rassicuro che stanno per giungere i rinforzi e allora essi riprendono coraggio e riescono a capovolgere le sorti della battaglia, a respingere il nemico e a salvarsi; so che i rinforzi non stanno arrivando e quindi dico una bugia, ma con questa bugia salvo la vita dei miei uomini e capovolgo le sorti di una battaglia. Ho mentito, ma ho agito bene o ho agito male? È giusto quello che ho fatto, oppure non è giusto?». Naturalmente Eutidemo deve riconoscere che è giusto, e quindi che ci possono essere casi in cui è giusto mentire. Allora egli si trincera dietro l’affermazione che sicuramente sarà giusto non ingannare. E Socrate ribatte più o meno: «Ma se sono il padre di un bambino ammalato che non vuol prendere una medicina amara e gliela mescolo con una gradevole pietanza, cosicché la prende senza accorgersene e guarisce nonostante la sua avversione per la medicina, certo, l’avrò ingannato, ma per il suo bene, quindi l’inganno in quanto tale sembra a prima vista qualche cosa di sicuramente ingiusto, ma un inganno come quello descritto non si potrà chiamare ingiustizia».
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