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 SOCRATE2

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Valentina



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MessaggioTitolo: SOCRATE2   Mer Giu 30, 2010 5:14 am

Naturalmente Eutidemo deve acconsentire, ma si arrocca sul furto, e dice che rubare è sicuramente una cosa scorretta, che non si deve fare. Socrate gli porta quest’altro esempio: «Se ho un amico che è in una crisi di scoramento e sta per prendere una spada per uccidersi e io gli rubo la spada e lo salvo, poi, quando gli è passato il momento di abbattimento, gli spiego che l’ho salvato sottraendogli temporaneamente la spada, non avrò fatto bene?». Eutidemo deve accettare che questo sarà un comportamento irreprensibile. Socrate procede sempre in questo modo, quindi finisce con il seminare il dubbio, certo, ma un dubbio orientato a far prendere consapevolezza che non si può accettare un precetto a occhi chiusi, non si può dire: rassicuriamoci, ci sono questi contenuti di comportamento, come il non mentire, il non ingannare, che sono giusti. Anche nel discorso di Lachete si fanno una serie di esempi: questo generale afferma che il coraggio consiste nel gettarsi a capofitto nel pericolo, ma Socrate dimostra che quella è una forma di ignoranza, in quanto non rendersi conto del pericolo è ottusità, è temerarietà, non è coraggio. La mentalità comune si rassicura nel fatto che ci sono unaserie di contenuti buoni, una serie di contenuti giusti, una serie di contenuti coraggiosi. Socrate riesce a dimostrare invece che non si può stare così tranquilli: non sono accettabili elenchi di azioni giuste o coraggiose. Ognuno di noi dovrà orientarsi con la sua capacità critica, usare la ragione vagliando le alternative, cercare l’essenza autentica delle virtù. Si tratta di acquisire anche un abito, una capacità di orientamento, una chiarezza mentale che non si possono facilmente conquistare imparando a memoria formule, oppure impadronendosi una volta per tutte di una dottrina.
La parte distruttiva del metodo comprende l’ironia e il dubbio. La parte costruttiva consiste nella maieutica. Socrate dice, scherzando su se stesso, di esercitare l’arte della maieutica, quella che realmente aveva praticato la madre, cioè l’arte della levatrice. Si paragona alla madre e afferma: «Come mia madre aiutava a venire alla luce esseri umani, aiutava i corpi a partorire, assisteva le donne gravide, io aiuto a partorire le anime degli uomini, le menti degli uomini. Il mio dialogare serve a far emergere la verità, che è già contenuta nell’individuo». Per Socrate la verità non può mai venire dall’esterno, essa è un parto interiore, è presente nell’individuo, anche se viene per lo più schiacciata dalle false opinioni. La verità viene soffocata, ma permane all’interno; Socrate non può insegnarla, ma può aiutare a farla venire alla luce, sgombrando il terreno dalle false credenze, dai falsi punti di riferimento, e facendo emergere la capacità di pensiero dell’interlocutore.
C’è in Socrate una grande fiducia nelle capacità critiche, nelle capacità di orientamento, nella ragione umana. È importante sottolineare questo aspetto, perché, arrivati a questo punto, si può pensare che, traendo tutto dall’individuo, Socrate sostenga un individualismo di tipo sofistico. Invece Hegel, nostro punto di riferimento, afferma che Socrate è un individuo cosmico-storico, è una di quelle personalità che hanno prodotto una svolta nella storia umana. Quale rivoluzione ha portato Socrate? La rivoluzione della libertà dell’autocoscienza: non sono più accettati contenuti tradizionali, dogmatici, autoritari; tutti i contenuti devono scaturire dall’interno dell’individuo. La coscienza deve attingere il vero in se stessa, questo è il messaggio socratico: «L’uomo deve pervenire alla verità per opera propria», spiega Hegel. Questo è il messaggio universale di Socrate, questa è la scoperta di Socrate. Però Hegel aggiunge: «Il vero pensiero pensa in modo che il suo contenuto non è meno soggettivo che oggettivo». Per Socrate il cogliere un contenuto con il pensiero significa cogliere un qualcosa di oggettivo, non esprimere un contenuto personale, nel senso deteriore di individuale, di arbitrario, portato di altre facoltà quali il sentimento, la passione, l’istinto. Se, abituato alla dialettica, alla maieutica socratica, uso la ragione, secondo Socrate raggiungo un elemento oggettivo, che traggo da me, perché la ragione sta in me e non è l’oracolo che devo andare a consultare a Delfi, ma è uno strumento che mi mette in contatto con l’oggettivo, con l’universale. Raggiungere un contenuto con uno sforzo personale di carattere razionale significa cogliere un contenuto di carattere universale. Viviamo invece in una situazione in cui i contenuti più arbitrari vengono proposti come modelli di esistenza e come punti di riferimento. L’insegnamento socratico è completamente opposto: i contenuti che possono riempire le nostre esistenze sono infiniti, ma i contenuti giusti sono pochi e vanno identificati sulla base dello sforzo del ragionamento, della vigilanza critica.
Socrate non ha predicato bene e razzolato male. Nell’uso della razionalità è stato coerente fino alla fine, fino a bere la cicuta. Torniamo all’Apologia: Socrate prosegue la sua indagine, e, dopo i politici, va a visitare i poeti. Anche i poeti sembrano molto sapienti per le opere che compongono, ma in effetti non sanno neppure dar bene ragione di quello che hanno scritto, in quanto frutto d’ispirazione. Eppure i poeti pensano di essere sapienti e pretendono di sapere anche quello che non sanno. Quindi sono più ignoranti di Socrate, e così pure gli artigiani, diremmo oggi i tecnici, i professionisti, che cadono in un altro errore: possiedono un sapere particolare, sanno fare bene i falegnami per esempio, sanno costruire bene le navi, ma sapendo fare bene questo si illudono di poter discettare anche su tutto il resto. E naturalmente su tutto il resto dicono stupidaggini, perché affermano cose non maturate secondo una esperienza, secondo una riflessione Anche i tecnici finiscono con l’essere più ignoranti del filosofo, cioè di colui che è consapevole della propria ignoranza.
Vorrei anche riferire le riflessioni di Socrate sulla morte, che rivelano la coerenza del suo atteggiamento razionale. Socrate afferma che bisogna aver paura di quello che si sa possa recare danno, ma rispetto a ciò che non si conosce non si può avere un atteggiamento di terrore e di fuga: «Temere la morte infatti non è altro, cittadini, che credere di essere sapiente senza esserlo e credere di sapere ciò che non si sa, perché nessuno sa se la morte non sia il maggiore di tutti i beni per l’uomo, ma tutti la temono come se sapessero con certezza che è il maggiore dei mali; e non è ignoranza questa, anzi la più biasimevole, credere di sapere ciò che non si sa? In questo forse cittadini sono differente dalla maggior parte degli uomini, questo è il punto su cui posso dire di essere più sapiente di qualcuno, che non sapendo abbastanza delle cose dell’Ade non credo neppure di saperne, so invece che commettere ingiustizie e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva, perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni. Sicché anche se ora mi assolveste, dando torto ad Anito, il quale diceva che non si doveva farmi comparire qui fin da principio, o, una volta che ero comparso, non si poteva non condannarmi a morte, perché, vi diceva, se io fossi scampato alla condanna, i vostri figli, praticando gli insegnamenti di Socrate, sarebbero stati tutti completamente corrotti, — se di fronte a ciò mi diceste: “Socrate, noi ora non ascolteremo Anito, ma ti assolveremo a patto però che tu non passi più il tempo in queste ricerche a filosofare, e se sarai sorpreso a farlo ancora morirai”. Se dunque, come ho detto, voi mi assolveste a queste condizioni, vi direi: “Ateniesi, io vi voglio molto bene, ma obbedirò al dio piuttosto che a voi, e finché avrò respiro e ne sarò capace non smetterò di filosofare, di esortarvi, di dare indicazioni a chiunque di voi incontri, dicendogli come al solito: “Ottimo tra gli uomini, tu che sei Ateniese, della città più grande e più illustre per sapienza e potenza, non ti vergogni di prenderti cura delle ricchezze per accumularne il massimo, della reputazione, degli onori, e di non curarti e preoccuparti dell’intelligenza, della verità e dell’anima perché diventi la migliore possibile?». Proseguendo nel suo discorso Socrate esorta di nuovo giovani e vecchi a non curarsi né del corpo, né delle ricchezze prima e più intensamente che dell’anima in modo che essa diventi la migliore possibile. Egli dice: «Io sono stato uno che ha curato anime, che ha fatto il levatore, l’ostetrico di anime, questo farò fino alla fine. Non datemi la grazia a condizione che io smetta di filosofare, perché smettere di filosofare non mi è possibile, in quanto la filosofia è l’essenza dell’esistenza dell’uomo». Ancora nell’Apologia è detto: «Qualcuno potrebbe forse dire: “una volta andato via da noi Socrate, non sarai capace di vivere silenzioso e tranquillo?”— Questo è il punto su cui è più difficile convincere alcuni di voi, se dico che questo significa disobbedire al dio e che perciò è impossibile che io stia tranquillo, voi non mi crederete, come se facessi ironia, se invece dico che il bene massimo per l’uomo è il discorrere ogni giorno della virtù e delle altre questioni su cui mi sentite discutere esaminando me stesso e gli altri, e che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, crederete ancora meno a queste mie parole». Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta: l’uomo è per sua natura animato dall’intelligenza, se all’uomo non è permesso conoscere, ragionare e discutere, la vita sua non è vita umana, è vita vegetativa. Di nuovo a proposito della morte c’è nell’Apologia un brano molto bello in cui si dice: «La morte o consiste in un sonno senza sogni o è continuazione della coscienza». Nel primo caso è paragonabile all’oblio totale di sé, e Socrate dice di non ricordare notti più piacevoli di quelle in cui non ha sognato niente e si è risvegliato nella piena inconsapevolezza di quanto gli era passato nella mente durante la notte. «Quindi se la morte è la perdita totale della coscienza, cioè io non sono più io, allora è la cosa più bella che mi è capitata e non mi fa paura. Se invece continuo a rimanere me stesso, allora anche gli altri saranno rimasti loro stessi, quindi io nell’Ade mi troverò molto meglio che qui, perché qui posso parlare con voi che siete persone intelligenti, Ateniesi, cittadini della città più civile del mondo, ma nell’Ade incontrerò Omero, Esiodo, i grandi poeti, i grandi condottieri del passato e quindi lì potrò discutere, cioè potrò continuare ad esercitare l’arte del dialogo, con tutti i grandi delle generazioni precedenti. Se non rimango me stesso non mi importa della morte, e se rimango me stesso, come gli altri, con cui continuerò a dialogare, non mi fa paura la morte e accetto la condanna».
Vengo ora all’ultima parte della vicenda di Socrate, ricostruita nel discorso del Critone, cioè il dialogo intitolato da Platone col nome di questo discepolo (e pare quasi coetaneo) di Socrate. Pronunciata la condanna, Socrate deve bere la cicuta. Ma egli ha settanta anni e la condanna a morte è stata decisa con una piccola minoranza di voti; c’è chi è disposto a chiudere un occhio, e Critone ha trovato il modo di corrompere i carcerieri: Socrate potrebbe lasciare facilmente la prigione. In questo famoso dialogo Critone va da Socrate, a dirgli che il giorno dopo la condanna verrà eseguita (era stata sospesa perché si era in un periodo durante il quale per motivi religiosi non si potevano eseguire le condanne a morte e quel periodo stava finendo). Critone cerca di muovere gli affetti di Socrate ricordandogli i figli, anzi fa leva su tutte le possibili corde perché accetti di fuggire dal carcere. E arriva a dire: «Se tu non fuggi, noi, i tuoi amici più fraterni, saremo rimproverati per non aver voluto sborsare il danaro per farti uscire, faremo una gran brutta figura». Cerca proprio di trovare tutti gli argomenti per indurre Socrate a uscire dal carcere e a salvarsi, ma non ci riesce.
La morte di Socrate è un fatto di una gravità enorme, perché implica che l’uomo che usa la ragione, cioè il filosofo per eccellenza, è rifiutato dalla comunità, la polis non lo accetta, non c’è la fa a sopportarlo e se ne libera nella maniera più violenta, condannandolo a morte. La morte di Socrate significa una sorta di divorzio, di separazione netta, di frattura, tra l’uso della ragione e la società. Di fronte a questo gravissimo evento alcuni seguaci di Socrate prenderanno la via della fuga, come i cinici, come Diogene il quale si apparterà dalla comunità. L’altra soluzione, esattamente opposta, è quella di Platone: la vita umana è vita di comunità, ma la vita della comunità deve essere regolata dalla ragione. La soluzione di Platone sarà non soltanto che il filosofo resta nella città, ma deve restare come sovrano della città: i filosofi devono diventare i reggitori dello Stato.
Come reagisce Socrate alla condanna da parte dei suoi concittadini? L’epilogo della vita di Socrate è veramente un fatto su cui riflettere, perché lo scopritore dell’autocoscienza viene condannato a morte non soltanto mentre è innocente, ma essendo convinto di avere fatto del bene alla città. I processi in Grecia si dividevano in due parti: nella prima si perveniva alla condanna o all’assoluzione. Poi c’era una seconda parte, in cui si stabiliva quale pena dovesse avere il condannato. Socrate viene condannato di stretta misura. A questo punto c’era da decidere se comminargli la morte o altre pene, e come condannato poteva scegliere di proporne una. Socrate dice di poter proporre al massimo una piccola multa: è povero, ma gli amici gli darebbero un aiuto. Però non propone neppure questo. E invece fa un discorso in cui afferma: «Sono stato come un tafano, un insetto che punge un animale sonnacchioso», paragonando la città a un cavallo generoso, ma un po’ assonnato. «Io sono stato l’insetto che vi ha tenuto svegli, se me ne vado, voi vi addormenterete e finirete nell’ottusità. Sono stato un dono del dio alla città, quindi, semmai, mi dovreste dare una pensione — come si direbbe oggi — mi dovreste ospitare nel Pritaneo. Come pena propongo dunque di essere onorato come chi ha reso un alto servigio alla città». Socrate è pienamente consapevole non solo di essere innocente, ma anche di aver reso un grandissimo servigio alla città, cioè di aver aperto le menti di tanti giovani alla consapevolezza. Allora perché accetta di rimanere nel carcere e addirittura di bere la cicuta? Va rilevato che questo tipo di condanna capitale implicava che il condannato dovesse personalmente infliggersi la morte, bevendo questo veleno potentissimo.
Socrate: «Caro Critone, il tuo zelo vale molto se accompagnato da una certa correttezza, altrimenti, quanto più è grande, tanto più mi è grave. Bisogna esaminare se dobbiamo fare o no ciò che tu dici — cioè fuggire — perché io non ora per la prima volta, ma sempre sono stato tale da prestare ascolto a niente altro di me, che alla ragione, la quale calcolando [cioè vagliando il bene e il male], mi è parsa la migliore». Il ragionamento è pressappoco questo: «Di tutte le componenti della mia personalità ho sempre seguito la ragione, e adesso non mi posso mettere a seguire le altre voci. Allora, se la ragione mi dirà che è bene fuggire, fuggirò, ma se la ragione, contro il mio istinto vitale, che è l’istinto più forte, mi dirà che devo rimanere, resterò e accetterò la condanna a morte. Non posso, ora, ripudiare i ragionamenti che facevo in passato, neppure se questo comporta il dover affrontare la morte». Riprende il discorso che Critone ha fatto sulle opinioni dicendo: «Riprendendo prima di tutto il discorso che hai fatto sulle opinioni, dicevamo bene o no, in passato, che ad alcune opinioni bisogna prestar mente e ad altre no?». Il discorso di Socrate è questo: le opinioni sono tante, ma non tutte sono equivalenti, pertanto esse devono essere comparate tra di loro e quella che la ragione indica come più giusta va seguita. Le opinioni non sono tutte equivalenti, quindi ad alcune bisogna prestar mente, ed altre no. «O questo era ben detto prima che dovessi morire, mentre ora è diventato chiaro che si parlava per parlare ed era veramente un gioco di bambini [cioè non abbiamo fatto i filosofi così, perché discettavamo del mondo: noi parlavamo di noi stessi]. Desidero esaminare con te, Critone, se quel ragionamento sembrerà diverso ora che sono in questa situazione o lo stesso, e se quindi lo lasceremo andare o l’ascolteremo. Quelli che credono di dire qualcosa hanno sempre detto, mi pare, ciò che ho detto poco fa, cioè che delle opinioni umane bisogna apprezzarne molto alcune e per nulla altre; questo, Critone, non ti pare ben detto? Umanamente parlando tu sei almeno fuori dal pericolo di dover morire domani e la disgrazia presente non ti dovrebbe dunque influenzare. Osserva allora: non ti sembra ben detto che non bisogna apprezzare tutte le opinioni degli uomini, ma alcune sì e altre no, e neppure di tutti gli uomini, ma di alcuni sì e di altri no? che dici non è ben detto?». Critone risponde che è ben detto. «E che bisogna apprezzare le buone opinioni e non le cattive, e buone sono quelle dei saggi e cattive quelle degli stolti?». «Come no». «E come si diceva in questa altra questione? Un uomo che si dedica alla ginnastica e la sta praticando, presta attenzione alla lode e al biasimo e all’opinione di ogni uomo, o soltanto di colui che è medico o maestro di ginnastica?». Critone: «Soltanto di questo». «Dunque deve temere i biasimi e fare buona accoglienza alle lodi di questo solo, non dei più. Egli deve dunque comportarsi, cioè fare ginnastica, mangiare e bere, nel modo che sembrerà a quell’unico che è un competente intenditore, e non nel modo che sembrerà a tutti gli altri insieme, è così? E chi non ascolta quello solo e disprezza la sua opinione, le sue lodi e apprezza invece quelle dei più, anche se non sono affatto competenti, non ne subirà qualche danno?». Questo è un tipico ragionamento socratico: si fa cioè una piccola digressione e si concorda sul fatto che non bisogna accettare l’opinione dei più (se vogliamo, è contro il principio di maggioranza bruto, che è sempre ottuso, perché la maggioranza può anche volere l’errore, la distruzione, la morte, o, più semplicemente, scempiaggini). Allora non si dovrà accettare l’opinione dei più; se ci troveremo di fronte a un problema di buona crescita o di buona cura del corpo staremo a sentire l’opinione dei più o l’opinione del maestro di ginnastica e del medico? È ovvio che ascolteremo il medico e il maestro di ginnastica. Il discorso prosegue: qui si tratta non del bene del corpo, che è secondario, ma del bene dell’anima; dobbiamo fare adesso quello che ci dicono i più, oppure quello che implicano la giustizia e la coerenza con se stessi? E la coerenza e la giustizia implicheranno che si debba accettare la condanna a morte. Perciò Socrate riprende: «Allora guarda. Se ce ne andiamo di qui contro il volere della città, facciamo male a qualcuno, e precisamente a chi meno si dovrebbe, o no? E ci atteniamo a ciò che abbiamo riconosciuto giusto o no?». Critone: «Non so rispondere alla tua domanda, Socrate, perché non capisco». Socrate: «Allora considera la cosa così: se mentre siamo sul punto di scappare di qui arrivassero le leggi e l’insieme della città, si fermassero davanti e dicessero: “Dicci, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Con questa azione a cui ti accingi non pensi forse di distruggere noi, le leggi, e l’intera città per quanto sta in te? Credi che possa ancora esistere e non essere sovvertita quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno forza, anzi sono rese inefficaci e distrutte da privati cittadini?. Che cosa risponderemmo, Critone, a queste e altri simili parole? Molte cose si potrebbero dire, soprattutto da parte di un retore, in difesa di questa legge infranta, la quale prescrive che le sentenze pronunciate abbiamo vigore. Risponderemo ad essi che la città ci ha fatto ingiustizia e non ha sentenziato rettamente? Risponderemo questo o che cosa?». Critone: «Questo, per Zeus! Socrate». Si solleva questo problema: se me ne vado contravvengo a una legge; quale legge? La legge per cui la sentenza che è stata emessa deve essere anche eseguita. Sono stato condannato a morte ingiustamente, ma secondo legge, e c’è inoltre una legge che implica che le sentenze devono essere efficaci; devo dunque bere la cicuta, se non bevo la cicuta il risultato significativo non è che mi salvo la pelle, ma è che offendo le leggi. Ma le leggi che cosa sono? Le leggi sono la stessa città, perché la città, la polis, che equivale allo Stato, si fonda sulle leggi; la convivenza tra gli uomini è possibile per il fatto che è regolata da leggi, senza le leggi esiste semplicemente — scusate il gioco di parole — la legge della giungla, la sopraffazione reciproca. La comunità è possibile esclusivamente sulla base della regolamentazione dei rapporti fra i suoi membri, in base a norme che devono essere rispettate da tutti: nel momento in cui infrango la legge, io, Socrate, di fatto ripudio la città, ripudio la comunità. Questo è il ragionamento importantissimo che fa Socrate: «E che cosa risponderemmo se le leggi dicessero: “Socrate, ci siamo accordati anche in questo, tu e noi, o piuttosto di attenerci alle sentenze pronunciate dalla città?”. Se ci meravigliassimo delle loro parole forse risponderebbero: “Socrate non meravigliarti delle nostre parole, ma rispondi: anche tu sei solito servirti del domandare e rispondere. Che cosa hai da rimproverare a noi e alla città per cercare di distruggerci? Prima di tutto, non siamo noi che ti abbiamo fatto nascere? Non è per mezzo nostro che tuo padre sposò tua madre e ti generò? Rispondi dunque: a quelle leggi tra noi che regolano i matrimoni rimproveri di non essere buone?. “Non rimprovero nulla, risponderei”. “E a quelle che regolano l’allevamento e l’educazione dei figli in cui anche tu sei stato educato? Le leggi dirette a questo scopo non hanno disposto bene, prescrivendo a tuo padre di educarti nella tecnica delle Muse e nella ginnastica?”. “Bene, risponderei”. “Sia, ma poiché sei nato e sei stato allevato ed educato, potresti dire in primo luogo di non essere nostro figlio e nostro servo tu e i tuoi progenitori? Se è così, credi che tra te e noi i diritti siano uguali, e che tu hai il diritto di ricambiare qualsiasi cosa noi tentiamo di farti? O mentre di fronte a tuo padre o al tuo padrone, se ne avevi uno, il tuo diritto non era uguale a loro, non avevi cioè il diritto di ricambiare i mali che ne subivi e di ribattere se oltraggiato e percuotere se percosso o altre cose simili: di fronte alla patria e alle leggi, invece, questo ti sarà permesso, per cui se noi tentiamo di mandarti a morte ritenendolo giusto, cercherai in cambio, per quanto ti è possibile, di mandare a morte noi, le leggi e la patria, e dirai che facendo questo agisci giustamente, tu che pratichi veramente la virtù?”». Qual è il ragionamento di Socrate? Sono nato perché c’erano leggi che regolavano il matrimonio, altrimenti non sarei venuto alla luce; sono stato allevato grazie a leggi che tutelavano l’educazione dei bambini; ho potuto sopravvivere perché c’erano leggi che garantivano la giustizia, la sicurezza, ecc. Per tutta la mia vita ho accettato le leggi: «Non me ne sono andato — dice — non sono emigrato, né ho cercato di persuadere la città a fare leggi migliori, quindi le ho accettate; ora non posso, nell’unico momento in cui le leggi non sono a mio favore, non rispettare questo patto e distruggere le leggi, dare questo esempio così nefasto perché così mi conviene. La mia convenienza infatti non conta, quello che conta è la legge come garanzia della comunità». Questo fa capire molto meglio tutto il discorso precedente: Socrate incentra tutto sulla coscienza, ma la coscienza individuale entra in contatto con contenuti oggettivi, con contenuti talmente oggettivi che l’individuo, anche in base all’istinto più profondo che ha, quello di sopravvivenza, non si può ragionevolmente contrapporre a essi; tra questi contenuti che la ragione riconosce ci sono anche le leggi che rendono possibile la comunità.
Tutto ciò implica da parte di Socrate una concezione del potere e dello Stato opposta rispetto a quella dei sofisti e molto importante. Per i sofisti viene prima l’individuo e poi lo Stato: l’individuo fa nascere lo Stato per una sorta di contratto che gli individui stipulano tra di loro, accordandosi perché ci siano regolamenti, leggi. I sofisti sono contrattualisti: gli individui, accordandosi tra di loro, creano regolamenti per vivere rispettandosi reciprocamente. In questa concezione dei sofisti c’è un fondamento soggettivo: la legge nasce dall’accordo degli individui, se l’individuo è in disaccordo, in casi estremi si sottrae anche alla legge. La concezione socratica invece è una concezione per cui lo Stato, cioè la polis, la patria, come egli dice, viene prima degli individui, perché l’universale viene prima del particolare; l’individuo si deve adeguare all’universale, non può sopprimere l’universale o sostituirsi ad esso: non c’è un contratto fra gli individui che dà luogo alle leggi, ma il singolo cittadino ha un contratto con le leggi, che non a caso sono personificate nel racconto di Socrate. Le leggi sono lo Stato organizzato, che è precedente a lui e che gli ha permesso di nascere. Esse costituiscono la vita stessa della comunità, la quale si è data determinate forme di convivenza, che precedono il singolo individuo. Il filosofo, anche con il suo spirito critico, non può sopprimere arbitrariamente, e meno che mai per un interesse personale, quello che è il retaggio della vita associata, cioè le leggi. Esse hanno una maestà infinitamente superiore, vengono prima di lui; egli non le ha fatte nascere, ma sono le leggi che hanno fatto nascere lui. È un ragionamento molto importante; oggi predomina una tendenza soggettivista che vede lo Stato come secondario rispetto all’individuo, invece lo Stato è precedente dal punto di vista logico rispetto all’individuo.
Socrate: « “Osserva, dunque”, potrebbero continuare le leggi: “Se è vero ciò che diciamo, cioè che non è giusto ciò che ora cerchi di farci, noi che ti abbiamo generato, allevato, educato, che abbiamo partecipato a te e a tutti gli altri cittadini tutti i beni di cui disponevamo, tuttavia dichiariamo di avere dato a chiunque degli Ateniesi lo desideri, in quanto è nato ed è iscritto come cittadino, e conosca le faccende della città e noi leggi, la possibilità, se non siamo di suo gradimento, di prendere le proprie cose e andarsene dove vuole. Nessuna di noi leggi ostacola o vieta a chi di voi vuole andare nelle colonie di farlo, se noi nella città non siamo di suo gradimento, o di risiedere in qualche paese straniero, o di andare dove vuole con le proprie cose; ma chi di voi rimane qui e vede il modo con cui pronunciamo le sentenze, amministriamo la città nel resto, costui di fatto ormai ci ha dato il consenso che farà ciò che noi ordiniamo, e se egli non obbedisce commette ingiustizia in tre modi: primo, perché disobbedisce a noi che lo abbiamo generato; secondo, perché disobbedisce a noi che lo abbiamo allevato; terzo, perché dopo aver consentito a obbedirci, né obbedisce, né cerca di persuaderci se non facciamo bene qualche cosa [le leggi sono cioè perfettibili se uno le persuade, cioè persuade la polis]. Infatti noi proponiamo e non imponiamo rudemente di fare ciò che comandiamo, ma lasciamo la scelta di una delle due cose, o di persuaderci, o di eseguire, mentre egli non fa né una cosa, né l’altra. Socrate, obbedisci a noi che ti abbiamo allevato e non apprezzare i figli, la vita, ogni altra cosa più della giustizia, affinché giunto nell’Ade tu possa dire tutto questo in tua difesa a quelli che comandano laggiù; come qui lo scappare non sembra meglio, né più giusto, né più santo, né per te, né per nessun altro dei tuoi, così non sarà meglio neppure là una volta che tu vi sia giunto”». Socrate, secondo me, non si vuol riferire alle leggi dell’Ade, né crede di trovare qualche giudice ultraterreno; qui c’è un concetto più profondo: le leggi dello Stato sono la continuazione delle leggi stesse della natura; il mondo è un cosmo, cosmo significa tutto ordinato: se si viola l’ordine nelle leggi umane è come se si violasse un ordine cosmico, il che costituirebbe il classico peccato di ybris, di tracotanza, di prepotenza individuale. «Ora te ne vai, se consenti, dopo aver subito ingiustizia, non da noi leggi, ma dagli uomini, [cioè: se offendi noi leggi ti allontani dal consesso umano, non ti sottrai solo alla legge]. Se fuggirai così vergognosamente, ricambiando ingiustizia con ingiustizia e male con male, violando i patti e gli accordi assunti con noi e facendo male a coloro a cui meno dovresti, cioè a te stesso, agli amici, alla patria e a noi, finché vivrai noi ti perseguiteremo e laggiù le nostre sorelle, le leggi dell’Ade, non ti accoglieranno benevolmente, sapendo che per quanto sta in te hai cercato di distruggere anche noi. Non lasciarti convincere ad assecondare le proposte di Critone più che noi».
Critone a questo punto si arrende, e Socrate il giorno dopo beve la cicuta e muore. È un fatto molto significativo che il filosofo della critica incentrata sull’uso delle facoltà razionali dell’individuo proprio sulla base di queste facoltà razionali identifichi non solamente un universale astratto, il bene, il vero, ma un universale concreto nelle leggi dello Stato, e le accetti al punto da bere egli stesso la cicuta pur potendo sottrarsi a questo; mi sembra che senza questo epilogo la figura di Socrate potrebbe dare adito a interpretazioni ancora soggettivistiche, ma dopo che accetta questo tipo di morte apre veramente la strada a Platone, cioè alla nuova fondazione dell’oggettività.
È importante riferirsi a un “universale concreto”, perché tra legge e giustizia ci può essere una differenza, cioè ci possono essere leggi ingiuste; ma non è un caso che Socrate usi quella parola che abbiamo letto alla fine del Critone, cioè ‘persuasione’. Le leggi gli dicono: “Tu non ci hai persuaso a migliorarci”. Infatti le leggi possono essere lontane dalla giustizia e quindi possono essere migliorate, ma solo se, appunto, per migliorarle si accettano quali sono, quali si presentano storicamente determinate. In quella frase che insegnamento si può cogliere? A meno di ipotizzare che sull’esempio di Socrate si debba accettare qualsiasi martirio da parte di qualsiasi Stato, sia pure ingiusto, bisogna cogliere invece questo messaggio: che le leggi dello Stato possono essere lontane dalla giustizia, e allora il compito del cittadino sarà quello di farle progredire verso la giustizia. La giustizia è l’ideale delle leggi, quindi se le leggi sono troppo distanti da essa il mio compito sarà quello di farle progredire verso la giustizia; ma la giustizia che cosa è? È uno dei grandi ideali universali. Allora l’antagonismo rispetto alle leggi sarà possibile? Sì, secondo l’insegnamento di Socrate, ma soltanto da un punto di vista più universale, più vicino all’universale, non da un punto di vista più particolare. In altri termini, se sono Socrate nella cella alla vigilia dell’esecuzione della condanna a morte non posso fuggire. Ed egli giustamente non fugge, perché altrimenti farebbe prevalere un principio individuale di utilità personale contro un principio più universale incarnato dalle leggi finora accettate. Posso criticare le leggi, ma le posso criticare soltanto da un punto di vista più universale. Faccio un esempio molto banale; di fronte a una legge fiscale ingiusta l’atteggiamento giusto, socratico, non è quello di dire: “Non pago le tasse, faccio l’evasore fiscale”. Se la legge fiscale è ingiusta, non posso contrappormi ad essa sulla base della mia individualità, bensí operando perché diventi più equa. La legge è sottoponibile a critica, ma solo da un punto di vista più universale di quello che essa incarna. È opportuna la presenza all’interno della comunità di una forza che faccia emergere una maggiore universalità: questa forza è data dalla filosofia. Ma la filosofia è stata espulsa dalla polis con la condanna a morte di Socrate. Si è aperto un grave problema che sarà affrontato da Platone.
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