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     PITAGORA

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    AutoreMessaggio
    Valentina



    Messaggi : 26
    Data d'iscrizione : 30.06.10

    MessaggioTitolo: PITAGORA   Mer Giu 30, 2010 5:18 am

    La filosofia pitagorica rappresenta il trapasso dalla filosofia realistica alla filosofia intellettualistica. I filosofi ionici avevano ritrovato l’archè, il principio unificatore della realtà, in qualcosa di materiale, per lo più in uno degli elementi della natura (acqua, aria, fuoco). I pitagorici vedono invece nel numero l’essenza di tutte le cose. Il riconoscimento del potere del pensiero fa un passo ulteriore in avanti: «Si afferma — dice Hegel — che l’essenza non è sensibile; e così qualcosa del tutto eterogeneo al sensibile, e alla comune rappresentazione, viene dichiarato sostanza e vero essere».
    Perché Pitagora ritrova l’archè proprio nel numero? Pitagora nota (come deduciamo da testimonianze, in quanto egli non ha lasciato alcuno scritto) che il numero è qualcosa di presente dappertutto; al numero dobbiamo infatti ricorrere se vogliamo descrivere in maniera oggettiva una qualsiasi realtà. Le varie qualità dei corpi possono apparire diverse a diversi soggetti: un daltonico ha una percezione di certi colori diversa da chi ha una vista normale, la temperatura di un corpo può apparire differente a una persona sana e a una persona febbricitante, il gusto di una pietanza può apparire diversa a una persona sana e a una malata, e così via. I dati matematici e geometrici a cui possiamo ricorrere per descrivere un oggetto (le dimensioni, la superficie, il volume, etc.) sono invece identici per tutti. Tutte le cose sono identificabili e descrivibili in maniera oggettiva, universale, valida per tuttiin base a dati quantitativi, grazie cioè ai numeri. Il numero è pertanto l’archè di tutte le cose, il principio unificatore della realtà. Ma, dal momento che i numeri contengono tutti l’unità, in quanto nascono tutti dall’unità sommata a se stessa, i Pitagorici possono affermare che l’archè è l’uno.
    D’altra parte l’uno è presente in tutti i numeri (e quindi in tutte le cose) anche perché ogni numero è uno, nel senso che è unico, non è assolutamente confondibile con gli altri, si distingue dal numero che lo precede nella successione numerica, come da quello che lo segue e da tutti gli altri. Il numero uno sta quindi a designare una proprietà fondamentale di ogni cosa: l’identità con se stessa.
    Con il principio dell’uno, Pitagora, oltre a trovare un elemento unificatore della realtà, trova anche l’elemento di differenziazione, di genesi della molteplicità. Dall’uno, il parimpari, scaturiscono infatti per addizione i numeri pari e quelli dispari. Alla distinzione fra pari (= illimitato) e dispari (= limitato) i pitagorici facevano risalire tutte le altre opposizioni della realtà: tenebre-luce, male-bene, etc. La realtà si presenta dunque piena di entità contrapposte (= Eraclito), ognuna delle quali è riconducibile a numeri. Ma dal momento che i numeri hanno tutti una comune origine nell’unità, essi sono riconducibili gli uni agli altri: al di là dell’apparente opposizione delle cose, c’è un’armonia sostanziale. Per questo la musica, fondata sull’armonia che scaturisce dalle opposizioni, è l’arte suprema e ha un’altissima funzione educativa.
    Dalla lettura di testimonianze di Giamblico, Porfirio, etc. si è risaliti al carattere iniziatico della scuola pitagorica (che appare sempre più chiaramente agli studiosi il risvolto «laico», filosofico della religione misterica dell’orfismo). In Pitagora si profila per la prima volta la stretta relazione fra conoscenza e moralità propria della filosofia greca. Nella scuola pitagorica alle superiori conoscenze matematiche e filosofiche veniva «iniziato», cioè introdotto, soltanto colui che ne era reputato degno dal maestro per aver compiuto passi in avanti sulla via della purificazione, cioè della virtù, della capacità di autocontrollo. Raggiungere i vertici del sapere significa imparare a far uso della ragione, senza lasciarsi ingannare da sensi, passioni, istinti. Essere sapiente diviene equivalente a essere virtuoso. In Pitagora la conoscenza acquista un carattere esoterico, non è cioè accessibile a tutti (col rischio di un cattivo uso delle conoscenze), bensì è riservata agli iniziati che si sono dimostrati virtuosi. Pitagora è dunque in qualche modo il primo esponente dell’intellettualismo etico greco, cioè della tendenza — propria di tutta la filosofia greca — a far coincidere bene e sapere.
    Si è inoltre rilevato come il pitagorismo sia una filosofia della discontinuità: per il parallelismo posto da Pitagora fra aritmetica e geometria, alla discontinuità fra un numero e un altro corrisponde un «salto», un vuoto, un non-essere fra un punto (una particella di materia) e l’altro. Ma la scoperta che la diagonale di un quadrato di lato unitario è uguale a 2, che è un numero irrazionale, cioè con infiniti decimali, apre la strada alla considerazione che fra un punto e l’altro ci sono infiniti altri punti, che cioè la realtà non è discontinua e molteplice, bensì continua e unitaria.
    Testimonianze
    Dicearco racconta che, appena Pitagora giunse in Italia e si stabilì a Crotone, i crotoniati furono talmente affascinati da lui, specialmente dopo che egli ebbe ottenuto le simpatie del senato con molti bei discorsi, che i magistrati lo incaricarono di educare i giovani mediante discorsi adatti alla loro età: egli era infatti un uomo di grande valore, aveva molto viaggiato, e soprattutto era stato eccezionalmente dotato dalla natura, tanto che il suo aspetto era nobile e grande, e pieno di grazia e di decoro il suo modo di parlare, di agire e di fare qualsiasi cosa. Parlò, dunque, ai fanciulli, che gli si radunavano attorno appena usciti da scuola; e più tardi anche alle donne. Anzi, istituì un’assemblea di donne. In tal modo la sua fama crebbe sempre di più, e molti gli divennero compagni: in città non furono solo uomini, ma anche donne, come Teano, che divenne famosa; ma lo seguirono anche re e signori delle regioni circostanti, che erano abitate da barbari. Quello che diceva ai suoi compagni, nessuno può dirlo con certezza, perché lo custodivano in gran segreto. Ma le sue opinioni più note sono queste: diceva che l’anima è immortale, e che può trapassare anche in esseri viventi di altra specie; che quello che è stato si ripete a intervalli regolari, cosicché non c’è mai nulla di veramente nuovo; che, infine, dobbiamo considerare come appartenenti alla stessa specie tutti gli esseri viventi. Fu proprio Pitagora il primo a portare in Grecia queste opinioni.
    (PORFIRIO, Vita di Pitagora, cap. 6)
    Questi (gli ammessi al noviziato) da prima si chiamavano, nel periodo in cui dovevano tacere ed ascoltare, acustici. Ma quando avevano apprese le cose più difficili fra tutte, cioè tacere ed ascoltare, e già avevan cominciato ad acquistare erudizione nel silenzio, che veniva detto echemuthia, allora acquistavan la facoltà di parlare e di far domande e di scrivere quel che avevan sentito e di esprimere quel che pensavano. In tal periodo essi si chiamavan matematici, da quelle arti, cioè, che avevan cominciato ad apprendere e meditare: poiché gli antichi Greci chiamavan mathemata (scienze) la geometria, la gnomonica, la musica e le altre discipline più alte. Quindi, adorni di tali studi di scienza, passavano a considerare l’opera del mondo e i principi della natura, e allora infine venivan chiamati fisici.
    (A. GELLIO, Notti attiche, I, 9).
    Tutti sono d’accordo nel riferire che il complotto fu fatto mentre Pitagora era assente; ma non tutti concordano nel dire dove si trovasse in quel momento, perché secondo alcuni era andato da Ferecide di Siro, secondo altri soggiornava a Metaponto. E sono anche diverse le ragioni che vengono addotte per spiegare il complotto: tra le altre sembra più plausibile quella che lo attribuisce al gruppo di Cilone. Cilone di Crotone era per nascita, per fama e per ricchezza uno dei primi cittadini, ma era anche aspro, violento, sedizioso e di carattere tirannico; si era messo in testa di entrare a far parte del sodalizio pitagorico, e ne aveva parlato allo stesso Pitagora, ma ne era stato respinto per le ragioni già dette. Per questo, coi suoi amici, aveva intrapreso una guerra spietata contro Pitagora e i suoi amici: e tanto violenta fu la guerra di Cilone e dei suoi compagni, che durò finché ci furono pitagorici. Pitagora dovette emigrare a Metaponto, dove, secondo una tradizione, morì. Intanto i cosiddetti cilonei continuarono a lottare con ogni mezzo contro i pitagorici: e tuttavia, per qualche tempo, la nobiltà d’animo dei pitagorici e la volontà popolare ebbero la meglio, tanto che le città vollero ancora essere governate da essi. Ma alla fine i cilonei, che non avevano mai cessato un momento di intrigare contro i pitagorici, dettero fuoco alla casa di Milone, dove quelli si erano radunati per prendere decisioni politiche, e li bruciarono tutti tranne due, Archippo e Liside: questi, più giovani e forti degli altri, riuscirono ad aprirsi una strada e a mettersi in salvo. Il delitto rimase impunito, e i pitagorici smisero di occuparsi di affari pubblici. Due furono le ragioni che li indussero a questa decisione: l’inerzia delle popolazioni, che non punirono gli autori di un tale e tanto delitto; e la morte degli uomini più adatti al comando. I due che si salvarono erano entrambi tarantini: Archippo se ne tornò a Taranto, e Liside, che non voleva finire oscuramente la sua vita, passò in Grecia.
    (GIAMBLICO, Vita di Pitagora, cap. 248 sgg.)
    I filosofi detti Pitagorici si valgono di princìpi ed elementi più remoti che non facciano i filosofi naturalisti. La causa ne è che essi non li trassero dalle cose sensibili; degli enti, infatti, quelli matematici sono senza movimento, eccetto che per ciò che concerne l’astronomia. Tuttavia la loro discussione e trattazione verte tutta intorno alla natura: giacché essi espongono la genesi dell’universo, e osservano ciò che accade nelle parti, mutazioni e movimenti di esso, ed in ciò esauriscono (la funzione de)i loro principi e (del)le loro cause, quasi che fossero d’accordo con gli altri naturalisti nel ritenere che l’ente sia proprio ciò che è sensibile ed è contenuto entro ciò che si chiama il cielo. Ma, come dicemmo, le cause ed i princìpi, di cui essi parlano, sono validi a risalire anche ad esseri più elevati, anzi si confanno meglio a questi che ai ragionamenti sulla natura.
    (ARISTOTELE. Metafisica, I, 8, 990)
    Giacché la natura del numero è legge e guida e maestra ad ognuno di ogni cosa dubbia ed ignota. Poiché non sarebbe manifesta a nessuno alcuna delle cose né in se stesse né rispetto ad altre, se non fosse il numero anche la sostanza di questo. Ora questo, accordando relativamente all’anima tutte le cose, le rende conoscibili al senso e in rapporto reciproco.
    Nessuna falsità accoglie in sé la natura del numero né l’armonia; perché non è conforme ad esse. La falsità e l’invidia sono della natura dell’infinito, e dell’insensato, e dell’assurdo. La falsità non spira in nessun modo nel numero; poiché è ostile e nemica alla sua natura la falsità; la verità invece è conforme e connaturata alla stirpe del numero.
    (FILOLAO, fr 11)
    Altri di costoro stessi dicono che dieci sono i princìpi delle cose, disposti in serie (di coppie di contrari): finito, infinito — dispari, pari — unità, molteplicità — destra, sinistra — maschio, femmina — in quiete, in movimento — retta, curva — luce, tenebre — bene, male — quadrato, a lati disuguali. Nel qual modo sembra che anche Alcmeone di Crotone abbia pensato: sia che egli abbia attinto da quelli tale teoria, sia essi da lui perché Alcmeone fiorì quando Pitagora era vecchio, ed affermò dottrine simili a costoro; dice infatti che la maggior parte delle cose umane sono a coppie di opposti, ma senza esporre (al pari di loro) tali opposizioni in ordine determinato, bensì a caso, come bianco nero — dolce amaro — buono cattivo — grande piccolo. — Costui dunque le affastellò alla rinfusa con le altre. I Pitagorici invece determinarono quante e quali fossero le opposizioni. Dunque da entrambi costoro si può apprendere che i contrari siano princìpi degli esseri; ma quanti e quali siano, da una parte sola.
    (ARISTOTELE, Metafisica, I, 5, 986)
    I Pitagorici ammisero uno spazio vuoto, in cui si compirebbe la respirazione del cielo, e un altro spazio vuoto, che separerebbe le nature l’una dall’altra, formando la distinzione tra continuo e discreto; questo si troverebbe anzitutto nei numeri e separerebbe la loro natura.
    (ARISTOTELE, Fisica, IV, 6
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