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 L'eros

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Valentina



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Data d'iscrizione : 30.06.10

MessaggioTitolo: L'eros   Mer Giu 30, 2010 5:21 am

L'apprendere stabilisce tra l'uomo e l'essere in sé e tra gli uomini associati nella comune ricerca un rapporto che non è puramente intellettuale, perché impegna la totalità dell'uomo e quindi anche la volontà. Questo rapporto è definito da Platone come amore (eros). Alla teoria dell'amore sono dedicati due dei dialoghi più artisticamente perfetti, il Convito ed il Fedro. Di questi, il secondo è certamente posteriore al primo. Il Convito considera prevalentemente l'oggetto dell'amore, cioè la bellezza, e mira a determinare di essa i gradi gerarchici. Il Fedro considera invece prevalentemente l'amore nella sua soggettività, come aspirazione verso la bellezza ed elevazione progressiva dell'anima al mondo dell'essere, al quale la bellezza appartiene.
I discorsi che gli interlocutori del Convito pronunciano l'un dopo l'altro in lode di eros esprimono i caratteri subordinati e accessori dell'amore, caratteri che la dottrina esposta da Socrate unifica e giustifica. Pausania distingue dall'eros volgare, che si rivolge ai corpi, l'eros celeste, che si rivolge alle anime. Il medico Erissimaco vede nell'amore una forza cosmica che determina le proporzioni e l'armonia di tutti i fenomeni così nell'uomo come nella natura. Aristofane, con il mito degli esseri primitivi composti d'uomo e donna (androgini), divisi dagli dèi per punizione in due metà di cui l'una va in cerca dell'altra per unirlesi e ricostituire l'essere primitivo, esprime uno dei caratteri fondamentali che l'amore rivela nell'uomo: l'insufficienza. Da questo carattere, appunto, prende le mosse Socrate: l'amore desidera qualche cosa che non ha, ma di cui ha bisogno, ed è quindi mancanza. Il mito infatti lo dice figlio di Povertà (Penía) e di Acquisto (Poros); come tale esso non è un dio, ma un demone; perciò non ha la bellezza ma la desidera, non ha la sapienza, ma aspira a possederla ed è quindi filosofo, mentre gli dèi sono sapienti. L'amore è dunque desiderio di
bellezza; e la bellezza si desidera perché è il bene che rende felice. L'uomo che è mortale tende a generare nella bellezza e quindi a perpetuarsi attraverso la generazione, lasciando dopo di sé un essere che gli somiglia. La bellezza è il fine (telos), l'oggetto dell'amore. Ma la bellezza ha gradi diversi ai quali l'uomo può sollevarsi solo successivamente attraverso un lento cammino. In primo luogo, è la bellezza di un bel corpo quella che attrae ed avvince l'uomo. Poi egli si accorge che la bellezza è uguale in tutti i corpi e così passa a desiderare e ad amare tutta la bellezza corporea. Ma al disopra di essa c'è la bellezza dell'anima; al disopra ancora, la bellezza delle istituzioni e delle leggi e poi la bellezza delle scienze e infine, al disopra di tutto, la bellezza in sé, che è eterna, superiore al divenire e alla morte, perfetta, sempre uguale a se stessa e fonte di ogni altra bellezza (210 a-211 a).
Come l'anima umana può percorrere i gradi di questa gerarchia, fino a giungere alla bellezza suprema? È questo il problema del Fedro ; il quale parte perciò dalla considerazione dell'anima e della sua natura. L'anima è immortale in quanto ingenerata; infatti si muove da sé, quindi ha in se stessa il principio della sua vita. La natura di essa si può esprimere «per via umana e più breve» con un mito. E simile ad una coppia di cavalli alati, guidati da un auriga: l'uno dei cavalli è eccellente, l'altro è pessimo, sicché l'opera dell'auriga è difficile e penosa. L'auriga cerca di indirizzare nel cielo i cavalli al seguito degli dèi, verso la regione sopraceleste (iperuranio) che è la sede dell'essere. In questa regione sta la «vera sostanza» (ousìa), priva di colore e di forma, impalpabile, che può essere contemplata solo da quella guida dell'anima che è la ragione, la sostanza che è l'oggetto della vera scienza (Fedr., 247 c). Questa sostanza è la totalità delle idee (giustizia in sé, temperanza in sé, ecc). Ma essa può essere contemplata solo per poco dall'anima che è tirata in basso dal cavallo balzano. Ogni anima perciò contempla la sostanza dell'essere più o meno; e quando per oblio o per colpa s'appesantisce, perde le ali e s'incarna, va a vivificare il corpo di un uomo che sarà tale quale essa lo rende. L'anima che ha visto di più va nel corpo di un uomo che si consacra al culto della sapienza o dell'amore; quelle che hanno visto di meno s'incarnano in uomini che sono via via più alieni dalla ricerca della verità e della bellezza.
Ora nell'anima che è caduta e si è incarnata, il ricordo delle sostanze ideali è risvegliato proprio dalla bellezza. L'uomo difatti riconosce subito, appena la vede, la bellezza per la sua luminosità. La vista, il più acuto dei sensi corporei, non vede nessuna delle altre sostanze; può vedere però la bellezza. . Essa fa da mediatrice fra l'uomo caduto e il mondo delle idee; e l'appello di essa l'uomo risponde con l'amore. E' vero che l'amore può anche rimanere attaccato alla bellezza corporea e pretendere di godere solo di questa; ma quando l'amore venga sentito e realizzato nella sua vera natura, allora si fa guida dell'anima verso il mondo dell'essere. In questo caso non è più soltanto desiderio, impulso, delirio; i suoi caratteri passionali non vengono meno, ma sono subordinati e fusi nella ricerca rigorosa e lucida dell'essere in sé, dell'idea. L'eros diventa allora procedimento razionale, dialettica.
La dialettica è nello stesso tempo ricerca dell'essere in sé e unione amorosa delle anime nell'apprendere e nell'insegnare. E quindi psicagogia, guida dell'anima, con la mediazione della bellezza, verso il suo vero destino. Ed è anche la vera arte della persuasione, la vera retorica; che non è, come sostengono i Sofisti, una tecnica alla quale sia indifferente la verità del suo oggetto e la natura dell'anima che si vuole persuadere; ma scienza dell'essere in sé e, nello stesso tempo, scienza dell'anima. Come tale distingue le specie dell'anima e per ognuna trova la via appropriata per persuaderla e condurla all'essere.
Questo concetto della dialettica, che è il punto culminante del Fedro e lo sbocco della teoria platonica dell'amore, doveva essere il centro della speculazione platonica negli ultimi dialoghi.
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