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 LE CORPORAZIONI E LE CONFRATERNITE

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: LE CORPORAZIONI E LE CONFRATERNITE    Dom Lug 18, 2010 10:11 am

Una delle tante eredità che l’antichità lasciò al medioevo furono i primi prototipi di corporazioni.
Più o meno chiaramente e direttamente ma è certo che i corpi e collegia romani furono i primi esempi di quelle che poi, nel medioevo, diventeranno, appunto, le corporazioni.
Tralasciando i motivi della loro nascita, mi limito solo a far sapere che le difficoltà imperiali, obbligavano queste collegia a un vincolismo rigido.
Era quindi impossibile l’abbandono di un mestiere da parte di chi lo esercitava: un figlio di un calzolaio doveva fare per forza il calzolaio e così via…
Questi vincoli sono da ricercare nelle varie riforme che l’imperatore Diocleziano (284-305) attuò nel corso del suo governo.
Ma tale vincolismo ebbe effetti negativi sui lavoratori: scoraggiò, ma non eliminò del tutto la fuga dei mestieri e svuotò di ogni elasticità e dinamicità l’economia romana tardo-imperiale.
Nel V secolo si ebbe una liberalizzazione dei mestieri per poi tornare alla rigidità con il periodo ostrogoto in Italia, per ovviare alla crisi di produzione.
Nel mondo barbaro, il lavoro è considerato ai livelli più bassi; questo significa che andarono perdute ogni forma di associazione che non producesse beni di pubblica utilità.
Non diversa era la concezione nella sfera bizantina, ove erano solo strumenti totalmente subordinati all’impero.
Qual’è dunque l’anello mancante tra le corporazioni medievali e i rudimentali strumenti dell’antichità e del primo periodo dell’ età di mezzo?
Tale anello sembrerebbe essere quell’ organizzazione franco-longobarda di età ottoniana (metà X secolo).
La prova di questo è da ricercarsi in un documento: le Honoratie civitatis Papie un documento dell’XI secolo.
Gli artigiani che praticavano lo stesso mestiere erano riuniti in ministeria; tali strumenti erano solo “espressioni di un sistema vincolistico sopravvissuto” sia per l’area del nord Italia, sia per l’area bizantina.
Ma molti erano i contrasti tra i ministeria e il potere politico che le vincolava e frenava i il loro dinamismo economico.
E qui nascono le differenze locali: si va dall’episodio più eclatante di Pavia nel 1025 ove ci fu una vera e propria rivolta a episodi più morbidi, con coesistenze tra le due diverse forme.
A Pisa, nel XII, il commercio del vino, grano e dell’olio, dipendevano ancora dal visconte etc…ossia, diritti pubblici esercitati sui mestieri dell’approvvigionamento della città.
Ma anche altre corporazioni protrassero per tutto il medioevo questi vincoli di ministerialità: fabbri, muratori, acquaioli…
Anche servizi pubblici ben più ampi e straordinari venivano esercitati facendo svolgere ai propri membri una funzione di vigili del fuoco e altri casi di emergenza. Dal XII secolo però queste associazioni si svincolano dal potere e si incentravano sul libero associazionismo, dal rapporto confraternale e di mutuo soccorso. Difatti prima del XIII secolo è difficile fare una distinzione tra corporazioni e confraternite e anche quando ciò avvenne, esse conservarono molti aspetti comuni. Le corporazioni però accentuavano sempre più la loro vocazione economica eliminando forme di concorrenza, garantendo un prezzo di mercato (o calmierato). Non è un caso inoltre che dal XII secolo compaiono sempre più atti pubblici firmati da arti o dai loro “capi” insieme ai rappresentanti del potere politico.
Com’era organizzata una corporazione?
Al suo vertice c’erano i maestri che dettavano le direttive, la proteggevano da fuoriuscite di tecniche e conoscenze, redigevano gli statuti e tenevano rapporti coi lavoratori subalterni.
Si diventava maestro solo dopo un lungo periodo di apprendistato: il discepolo lavorava e viveva insieme al maestro.
Modi, tempi e costi furono presto regolamentati: si andava dal notaio tra la famiglia dell’ apprendista e il maestro, si controllava la provenienza, in alcuni casi si controllava perfino che non avesse vincoli con qualche signore…insomma, l’ingresso all’apprendistato era molto difficile, generalmente non più di due per maestro.
L’apprendista pagava il maestro che, in cambio di vitto e alloggio, aveva anche manodopera a costo zero.
L’inizio avveniva quando il ragazzo aveva dodici o quattordici anni e variava anche il numero totale di anni di apprendistato.
Il tempo passato in apprendistato era molto importante, perfino più della prova finale.
Tale prova, il capolavoro cioè un manufatto realizzato a regola d’arte che l’allievo doveva presentarlo ai maestri per ricevere il permesso di entrare nella corporazione (dietro anche a una tassa di accesso).
Ma non erano cose fisse: se gli affari andavano male e c’era una crisi generale, i tirocini e le tasse aumentavano, viceversa diminuivano se era un periodo economicamente florido.
Ma c’erano altre difficoltà quali, ad esempio, il fatto che non tutti potevano permettersi una risorsa che non solo era immobilizzata ma che in più richiedeva un costo per il suo mantenimento dal maestro. Inoltre non era nemmeno facile aprire in proprio una bottega. Infatti era cosa molto comune che i figli degli artigiani stessi seguissero le orme paterne ereditando la bottega e il lavoro.
I maestri detti “forestieri”, uomini provenienti dalle altre città ma anche da altri paesi, erano spesso presenti nei periodi di espansione economica, e per entrare in una corporazione, prendevano la cittadinanza e pagavano una tassa di immatricolazione.
Invece nei momenti di difficoltà economica potevano nascere frizioni tali da comportare, in casi limite, la creazione di due corporazioni per lo stesso mestiere: una composta dai locali e l’altra dai forestieri.
Molto forte era la rete di solidarietà all’interno delle corporazione e confraternite: nei confronti di membri ammalati o feriti si facevano sovvenzioni alla sua famiglia; per i defunti si esercitava la pietas degli altri membri.
I lavoratori stranieri, soprattutto nel Quattrocento e Cinquecento, avevano a loro disposizione ospedali riservati all’accoglienza di lavoratori della loro natio. E le donne?
Il rapporto donne-corporazioni fu complesso.
Nell’ Europa del Nord fu abbastanza semplice, in quanto non solo ebbero facile accesso, ma anche avevano proprie corporazioni femminili.
In Italia invece, anche nei casi previsti, esse furono sempre estromesse e in subalternità al maschio.
Questo discorso, in genere, valeva solo per alcune corporazioni come quella del tessile, alberghi, locande...ma è possibile trovare donne anche in mestieri non prettamente femminili come i fabbri, falegnami e muratori.
Ma in questi ultimi casi vi ci erano entrate solo perché il marito, defunto, gliela aveva lasciata in eredità.
Ma mille erano i modi di fare ostruzionismo nei loro confronti: tasse di iscrizione esorbitanti per loro, considerare decadute le vedove dalla corporazione etc…
Per quanto riguarda le regole di una corporazione, possiamo dire che essa ricalcava, in genere, lo statuto di un comune.
Anzi era proprio il comune a controllarne la compilazione e, in genere, i vari statuti si assomigliavano da corporazione a corporazione, tranne quelli della lana e della mercanzia che erano un po’ più diversi, data la loro estrema importanza nell’economia di una città.
In comune c’erano le regole per accedervi, le cariche più importanti, le varie disposizioni per la convivenza tra i maestri, le giornate in cui era proibito lavorare, esortazioni a esercitare il proprio mestiere con coscienza, obblighi morali e religiosi per i vari membri…raramente si può trovare delle fonti che parlano dell’ organizzazione del lavoro.
I luoghi d’Europa in cui si svilupparono maggiormente le corporazioni erano l’Italia, le Fiandre, la Francia, Penisola Iberica e alcune città tedesche.
Quello che le differenzia era come si proponevano nei confronti della politica: in Francia e nell’Italia del sud furono sempre sotto tutela regia (proprio nel sud Italia si formarono tardi, in epoca angioina).
Le confraternite europee non si differenziarono molto da quelle italiane: erano luoghi ove la priorità era la preghiera e non il lavoro.
Guardiamo meglio l’Italia centro-settentrionale.
Non sempre il binomio corporazione-comune è reale, cioè non sempre la corporazione comanda in città; questo discorso vale per Firenze dove il potere economico era identico a quello politico invece a Milano le due componenti trattavano alla pari senza però essere la stessa cosa mentre a Venezia le arti furono sempre subalterne al potere politico.
Inoltre bisogna precisare anche che l’affermazione politica del “popolo” non è identica a quella delle arti.
Il “popolo” formò proprie strutture organizzative e una sua egemonia in molte città del nord Italia ma nei luoghi dove questo non avvenne, fu il ceto mercantile e non gli artigiani, a prendere il potere.
Ma è anche vero che le arti, in certi casi, aiutarono il popolo nella sua ascesa. Resta però il fatto che “popolo”, arti, nobiltà e signori erano enti politici differenti e che erano possibili tutte le combinazioni di alleanze tra le varie componenti e non un fenomeni generalizzati.
Inoltre il “popolo”, come definizione, varia da città a città, da situazione a situazione e quindi non sempre la sua connessione con le arti è netta e precisa.
I mestieri dei Giudici e Mercanti erano talmente importanti che, soprattutto nel XII secolo, finirono per esercitare una tutela giurisdizionale anche sulle altre corporazioni (questo vale a maggior ragione per i mercanti).
I mercanti erano dunque una corporazione che tutelava i propri membri e una sovracorporazione in quanto dirigeva l’intera economia e quindi esercitava una notevole influenza anche nelle altre corporazioni.
Inoltre, per tutto il Medioevo, continuarono anche a svolgere una funzione pubblica: regolamentarono l’applicazione di pesi e misure, il diritto di rappresaglia etc… Nelle processioni laico-religiose cittadine, le varie corporazioni sfilavano a parata seguendo un ordine ben preciso, e questo ci dà l’idea della loro importanza e del peso che avevano in una città: giudici, notai e mercanti occupavano le prime file, poi venivano gli artigiani metallurgici (fabbri, orafi etc…), quelli del cuoio, l’abbigliamento.
È scontato dire che per alcune arti, il loro peso varia da città a città: i macellai (o “becchai”) erano insieme alle arti del tessile, spadai, speziali…ma altre volte erano in posizioni più marginali.
Osti e tavernieri sfilavano, generalmente, in fondo insieme al vettovagliamento, ai pittori, barbieri, falegnami.
Infine lardaioli, mugnai, facchini, vetrai e altri mestieri di basso prestigio sociale, non perché fossero inutili, ma, visto che su di loro continuava a esser ben presente un controllo comunale che li vincolava a forme di ministerialità, essi avevano ben poca indipendenza decisionale.
Non tutto il lavoro veniva organizzato in corporazioni, solo i mestieri più importanti. Chi esercitava un lavoro in maniera libera, come piccoli artigiani, era esente da una tutela, da un aiuto (non a caso, nel Trecento, quando questi si rivoltarono, chiesero di costituirsi a corporazione).
Soprattutto in certi settori, come il tessile e la lana, i conflitti tra corporazioni e lavoratori liberi erano più complessi: come un primo distacco da capitale e forza lavoro, dove si accentuavano sempre più i lavoratori specializzati rispetto a quelli che conoscevano tutta la catena di produzione e il ricorso a manodopera salariata, a un maggior controllo degli orari e della produttività.
A metà Trecento, in città come Siena e Firenze, tra le corporazioni della lana e i lavoratori salariati ci furono tumulti e frizioni.
I Ciompi fiorentini del 1378 e a Siena nel 1371 non furono altro che esempi di tali rivalità dovute, in gran parte, alla crisi del Trecento e che volevano rovesciare tutte le strutture istituzionali, quindi anche le corporazioni.
Ma se a Siena la repressione portò a un allargamento temporaneo anche ai lavoratori subalterni, a Firenze si ebbe un inasprimento.
Proprio la crisi del Trecento portò con sé una necessità di riconsiderare il lavoro corporativo, ristrutturando il modo di produzione.
Si incominciò a utilizzare la manodopera delle manifatture rurali, non inquadrate a tutte quelle regole corporative come i minimi salariali.
Inoltre le corporazioni non erano adeguate a un mercato sempre più di massa, con prodotti di minor pregio ma anche di minor costo.
Questa erosione avvenne in primis nelle Fiandre che, con una progressiva liberalizzazione, smantellò tutte le strutture corporative.
In Italia non è chiaro l’indirizzo preso.
Ci si mantenne su un indirizzo di manufatti di lusso e a una struttura delle arti e queste ultime non furono trasformate dall’economia.
Ciò che cambiò furono le istituzioni, coi signori e le famiglie, che privaronole corporazioni della loro indipendenza decisionale; si mantenne però la parte religiosa e assistenziale ma furono anch’esse inquadrate all’interno del disciplinamento ecclesiastico del Cinquecento.
Sia le corporazioni che le confraternite furono private del loro potere decisionale e divennero strumenti in mano a altri soggetti (stato, Chiesa, privati…) fino alla loro progressiva scomparsa.
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