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  L'ITALIA NEL XIV SECOLO: LE TRASFORMAZIONI DELLA VITA ECONOMICA DEL PAESE.

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: L'ITALIA NEL XIV SECOLO: LE TRASFORMAZIONI DELLA VITA ECONOMICA DEL PAESE.    Lun Lug 19, 2010 9:45 pm

Per buona parte del XIV secolo, il Papato, assente dal suolo italiano a causa del trasferimento ad Avignone della sede papale, non ebbe modo di influire sullo sviluppo politico della penisola. Inoltre l’Italia era ormai indipendente anche dall’Impero germanico, sempre più in decadenza. Le altre grandi potenze europee, Francia, Inghilterra e Spagna, erano troppo impegnate a combattersi tra loro per potersi anche occupare della politica interna italiana. Abbandonata a se stessa, l’Italia divenne preda delle forze locali che nel corso del secolo poterono svilupparsi liberamente, dando vita ad una interminabile serie di guerre e conflitti interni dai quali scaturì una nuova conformazione del Paese.Sul territorio italiano vennero a costituirsi pochi Stati egemonici che si estendevano su intere regioni: dai piccoli Stati cittadini, si passò ai grandi Stati regionali, dalleSignorie, si passò, aiPrincipati. Nonostante la situazione di guerra permanente, il ’Trecento si segnalò come il periodo di massimo sviluppo dell’ economia medievale italiana: le flotte commerciali delle città italiane, ed in particolare di Genova e Venezia, dominavano i traffici mercantili nel Mediterraneo, rifornendo l’Europa di prodotti orientali; l’industria nazionale esportava ovunque le sue pregiate produzioni; le banche italiane avevano succursali in tutto il continente e gestivano buona parte della circolazione del denaro da un paese all’altro. All’interno dell’economia italiana avvennero in quel periodo delle radicali trasformazioni, che mutarono il volto della precedente economia corporativa. Nell’economia dell’artigianato medievale, l’artigiano era padrone della bottega e degli stumenti necessari al suo lavoro e acquistava con i propri ricavi le materie prime necessarie alla produzione, lavorandole direttamente o con l’aiuto di pochi garzoni o soci, vendendole poi direttamente al cliente e intascando interamente i proventi della vendita. In questo modo si aveva una perfetta fusione fra il lavoro manuale, la proprietà dei mezzi di produzione e l’approppriazione dei ricavi derivanti dalla vendita. Questa unità poteva essere mantenuta solo nel caso di una economia artigiana limitata al mercato locale, ma non di certo in una città che lavorava per un mercato internazionale. Nelle città più importanti, i mercanti vennero ben presto ad assumere una maggiore importanza nell’economia manifatturiera, arrivando al punto di assumerne il pieno controllo. Essi avevano infatti la possibilità di acquistare grandi quantità di materia prima, di trasportarla in Italia e quindi di rivendere il prodotto finito all’estero. Tutto ciò era possibile ai grandi mercanti, poichè essi disponevano di ampio credito, essendo essi stessi in buona parte dei banchieri, oppure ricevendo credito dalle banche che preferivano lavorare con grandi aziende anzichè con le piccole che offrivano minori garanzie. I mercanti di una stessa specializzazione, si servivano dell’economia corporativa per associarsi tra loro anche nella fissazione dei prezzi, che in questo modo divengono prezzi di monopolio. Gli artigiani erano così obbligati ad acquistare le materie prime da questi grandi mercanti, ai prezzi da loro stabiliti. Grazie a questo monopolio, ai grandi mercanti era possibile approppriarsi di un profitto sempre maggiore sul lavoro svolto dall’artigiano, sia rialzando i prezzi delle materie prime, che abbassando il prezzo del prodotto finito. In conseguenza di ciò, gli artigiani caddero in una sorta di dipendenza dal mercante: pur mantenendo il possesso della bottega e degli stumenti di lavoro, essi divennero dei semisalariati. Infatti, il guadagno che veniva loro lasciato dai mercanti, corrispondeva ad un magro stipendio, sufficiente alla sussistenza dell’artigiano. Venne quindi a crearsi una rottura dell’unità fra il lavoro e l’appropriazione dei ricavi da esso derivanti, dal momento che la maggior parte di questi ultimi finivano nelle casse dei mercanti come profitto del capitale, per le anticipazioni di denaro da essi effettuate. Questo fenomeno si manifestò in modo ancor più chiaro quando il ruolo principale nella produzione venne assunto da quei maestri artigiani riusciti ad emergere sui propri consoci e trasformatisi in piccoli industriali. Essi non si contentavano più, di lavorare con i pochi garzoni o soci concessi dalla corporazione, ma bensì ampliando l’organico delle propria azienda con l’assunzione di un numero maggiore di lavoratori salariati. Per le operazioni nelle quali non era necessaria mano d’opera qualificata, essi impiantavano degli appositi opifici nei quali, manovali pagati a giornata eseguivano le diverse operazioni sulle materie prime di proprietà del maestro. Questo sistema rappresentava la forma perfetta del lavoro salariato, che si diffonderà diversi secoli dopo con la nascita del sistema fabbrica, del quale gli opifici del XIV secolo rappresentavano le prime manifestazioni. In molti casi, le operazioni che richiedevano accuratezza e capacità, venivano affidate a domicilio a contadini e contadine che in questo modo integravano i proventi derivanti dall’agricoltura. In entrambi i casi si trattava da una parte di lavoratori salariati e dall’altra di capitalisti. Questi ultimi avevano come mezzo di lavoro il denaro, che utilizzavano per l’acquisto delle materie prime, per il pagamento dei salari agli operai e per le spese di produzione. Il denaro si era quindi trasformato in capitale e su di esso veniva percepito un profitto. Il sistema economico basato sull’impiego del capitale venne chiamato capitalismo e poichè questo sistema nacque nelle città italiane, viene ricordato come precapitalismo italiano. I mercanti e i piccoli industriali, non avevano alcun interesse ad accrescere il numero delle ditte concorrenti, per cui essi tentarono sempre di limitare l’apertura di nuove botteghe artigiane. Per raggiungere il loro scopo, essi si rifiutavano di sottoporre ad esame i soci che lo richiedevano, oppure li sottoponevano ad un esame difficilissimo, o ancora, servendosi dell’autorità della corporazione, veniva rifiutato il permesso di aprire una nuova bottega. In questo modo, la gran parte dei soci, non potendo avere un’attività propria, finivano per diventare operai salariati le cui condizioni di vita erano estremamente precarie per la concorrenza derivante dal lavoro svolto a domicilio nelle campagne. Già nel ’Trecento diversi gruppi di soci, emigrarono da una città all’altra dell’Italia in cerca di lavoro, fino a quando, le città interessate non presero dei provvedimenti per fermare l’emigrazione di manodopera specializzata. Nel XIV secolo si assistette ad un fortissimo sviluppo del settore bancario Non si trattava ancora di grandi compagnie bancarie ma di case bancarie proprietà di un’unica famiglia. In tutta Europa si diffusero le succursali delle grandi banche genovesi, lucchesi, senesi e fiorentine. Indispensabili al commercio italiano, esse adempivano anche a importanti funzioni di carattere pubblico: le banche fiorentine raccoglievano in tutta Europa l’Obolo di San Pietro e le altre somme destinate alla Santa Sede, trasmettendole poi a Roma o ad Avignone, ottenendo dei buoni profitti da questi servizi. Approfittando degli ingenti capitali accumulati, i banchieri italiani, ed in particolare quelli di Firenze, Milano e Genova, concedevano grossi prestiti ai sovrani europei e al papa stesso. Per evitare che i re stranieri non restituissero le somme prestate, i banchieri erano soliti farsi concedere a garanzia del prestito degli appalti o privilegi, come ad esempio la riscossione delle imposte, la vendita del sale o lo sfruttamento di miniere.In questo modo, i possibili danni derivanti dalla mancata restituzione del denaro, venivano ampiamente ripagati dai guadagni ottenuti svolgendo tali attività. Con la grande estensione raggiunta da queste operazioni creditizie a Stati stranieri, i banchieri italiani ebbero anche una notevole influenza sulle questioni politiche europee. Con lo sviluppo del precapitalismo, prese a diffondersi nel Paese una nuova classe sociale formata dalla grossa borghesia mercantile, che fu in grado di opporsi con successo alla piccola borghesia artigiana e alla plebe cittadina. Questo fu reso possibile dal fatto che sia gli artigiani che i piccoli mercanti erano sempre più soggetti alla dipendenza economica dalla grande borghesia, venendo così a perdere quell’intraprendenza e quel vigore che avevano contraddistinto l’artigianato di epoca comunale, mentre la plebe era ormai ridotta ad una massa di manovali e disoccupati, alla quale la miseria totale aveva tolto ogni ambizione politica. Le sporadiche rivolte di questi strati sociali, non furono mai in grado di cambiare il corso delle cose e venivano sempre domate con la forza. Vi fu quindi un dominio assoluto delle oligarchie mercantili all’interno dei Comuni, sotto la forma di Signorie, soprattutto in quelli più grandi e ricchi. In seguito le Signorie più forti, grazie anche all’appoggio dei grossi mercanti e dei banchieri più, importanti, presero il sopravvento sulle Signorie più deboli, dando inizio alla formazione in Italia di Stati a carattere regionale, che si svilupparono attorno alle città, più grandi e floride quali Milano, Venezia, Genova e Firenze. Questo processo di concentrazione territoriale durò, per tutto il XIV secolo ed i primi decenni del XV, portando dal governo amministrato dalle Signorie locali ai Principati territoriali. In campo militare, durante il ’Trecento, le milizie comunali vennero progressivamente sostituite da reparti mercenari raggruppati in unità denominate Compagnie di Ventura. Esse non combattevano sempre al servizio dello stesso Stato, ma fornivano i propri servizi a chi offriva loro la paga migliore. Inizialmente le Compagnie di Ventura erano costituite da uomini d’arme tedeschi, scesi in Italia al seguito di qualche imperatore e poi sbandatisi. In seguito iniziarono a formarsi anche compagnie costituite da italiani di ogni ceto sociale: si trattava essenzialmente di uomini che le vicende economiche, politiche o belliche, respingevano dal processo di produzione, oppure dal luogo di residenza o dal proprio feudo. Piccoli nobili feudali che praticavano la guerra con lo scopo di aumentare la propria potenza economica o di estendere i propri domini, nobili senza terra, artigiani rovinati dal cambio dal sistema produttivo, contadini privati della propria terra o rovinati dagli eventi bellici: questi erano gli appartenenti a queste compagnie, tutti individui che nulla avevano da perdere ed erano quindi più che disposti a vendersi al miglior offerente. I motivi che portarono alla sostituzione delle milizie comunali con le milizie mercenarie, erano dovuti alla diffidenza che i signori e le oligarchie mercantili nutrivano verso le popolazioni loro sottomesse. Bisogna infatti ricordare che le milizie comunali erano comunque composte da gente del luogo, ed in caso di rivolta difficilmente avrebbero rivolto le armi contro amici e parenti. In secondo luogo, l’evoluzione storica dell’epoca, rendeva necessarie formazioni militari ben più preparate di quanto non potessero essere le milizie comunali. Le guerre, più lunghe e sanguinose, rendevano necessarie delle truppe ben organizzate e attrezzate, per cui si rese necessaria la sostituzione delle formazioni locali con dei veri professionisti. Nella prima metà del XIV secolo entrarono in servizio le prime rudimentali artiglierie, che resero più difficile l’arte militare: queste nuove armi potevano essere utilizzate solo da addetti ben addestrati al loro uso, quindi non dai negozianti o dagli artigiani che venivano tolti alle proprie attività solo nel momento del reale bisogno e che quindi non avevano nessun tipo di addestramento specifico. Il passaggio a truppe mercenarie si diffuse presto in tutta Europa ma con differenze notevoli: mentre negli Stati nazionali le truppe mercenarie servivano il proprio re con fedeltà, in Italia combatterono mercenari senza patria e senza onore, sempre disponibili a tradire il proprio signore in cambio di un maggior compenso, fortissimi quando si trattava di uccidere civili inermi, ma del tutto incapaci di combattere contro un esercito organizzato. Le compagnie mercenarie, furono la causa principale della decadenza dell’arte militare italiana, e lasciarono l’Italia indifesa contro le successive invasioni straniere. Tuttavia, inizialmente esse furono di grande aiuto alle città più potenti, che tramite i servigi resi da queste milizie riuscirono ad assoggettare le città più piccole, accelerando in tal modo il parziale processo di unificazione del territorio italiano attorno a queste grandi città, portando alla formazione dei Principati regionali.
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