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  IL TRAMONTO DELL’IMPERO E LA SCARSA INFLUENZA DEL PAPATO NELL’ITALIA DEL XIV SECOLO.

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: IL TRAMONTO DELL’IMPERO E LA SCARSA INFLUENZA DEL PAPATO NELL’ITALIA DEL XIV SECOLO.    Lun Lug 19, 2010 9:48 pm

Subito dopo la morte di Manfredi l’autorità imperiale in Italia si dissolse, sia a causa del Grande Interregno,sia in seguito alla politica estera seguita da Rodolfo ed Alberto d’Asburgo, che si disinteressarono totalmente della Penisola. In seguito, il loro successore Enrico VII di Lussemburgo, nel 1310 discese in Italia con il proposito di restaurare l’autorità imperiale senza riuscirvi: egli morì con buona parte del suo esercito a seguito di una epidemia, mentre si stava dirigendo verso il Meridione d’Italia, nei pressi di Buonconvento, vicino a Siena. Nel 1328 fu la volta del suo successore Ludovico il Bavaro, che sceso in Italia con gli stessi propositi del suo predecessore, si trovò invischiato nella caotica situazione italiana e nelle rivalità che dividevano fra loro i diversi Stati. Non avendo forze sufficienti per aiutare gli amici o per sconfiggere i propri nemici, fu costretto ad una precipitosa ritirata verso la Germania. Dopo di lui altri imperatori scesero occasionalmente in Italia, tra questi Carlo IV, Sigismondo e Venceslao, che approfittarono dell’occasione per raccogliere denaro, in cambio del quale offrirono titoli nobiliari. Del resto non poterono fare altro, dato che l’autorità imperiale era ormai inesistente nella stessa Germania. Migliore situazione non godeva lo Stato della Chiesa: il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, ebbe gravissime conseguenze su di esso, che si disgregò in una moltitudine di piccole entità locali in permanente lotta tra loro. Di questo disordine generale soffrì in modo particolare Roma. In città, le fazioni dei Colonna, degli Orsini, dei Savelli, dei Caetani e di altre nobili famiglie romane, sconvolgevano la vita cittadina con continue lotte. L’economia languiva per l’assenza della corte papale, che attirava in città un gran numero di pellegrini; le campagne circostanti, vessate dal feudalesimo e dalla malaria derivante dalle numerose paludi sparse sul territorio, nulla potevano fare per risanare almeno l’economia locale. Per tentare di ristabilire nella regione la propria autorità, il papa Giovanni XXIIinviò in Italia il cardinale Bertrando del Poggetto, ma la missione non sortì l’effetto sperato. Sembrò invece ottenere maggior successo un movimento popolare costituitosi nel 1347 a Roma. Questo movimento era formato da cittadini che, esasperati dalle prepotenze dei baroni, riuscì a cacciare dalla città le casate nobiliari coinvolte nei continui scontri, portando alla creazione di un potere personale assunto da Cola di Rienzo, il promotore del movimento, che assunse per sè il titolo di Tribuno del popolo. Costui era figlio di un oste e di una lavandaia, che grazie agli studi assidui riuscì a diventare notaio. Con la lettura degli scrittori antichi, egli iniziò a nutrire un’amore sfrenato per l’antica Roma, che sperava di poter restaurare. Naturalmente egli sapeva che era un sogno irrealizzabile, che però traduceva in forma utopistica un’esigenza effettiva: quella di una pacificazione dell’Italia e di una unificazione politica che potesse mettere fine ale miserie che affliggevano in quell’epoca il Paese. Purtroppo Cola non disponeva delle doti politiche necessarie per affrontare nella giusta maniera le condizioni del momento, non essendo sostenuto da forze sufficienti: la borghesia mercantile romana era infatti alquanto insignificante, mentre la plebe di Roma era ancor meno organizzata.L’immaturità dei tempi e dell’ambiente, portarono Cola di Rienzo a compiere i primi gravi errori. Egli convocò a Roma una grande assemblea di città, signori e principi, per dibattere sull’assegnazione della corona imperiale. Nonostante avessero risposto al suo appello più di duecento inviati da tutta la Penisola, apparve chiaro a tutti che la politica da lui seguita mancava di ogni ragionevole fondamento; inoltre egli amava circondarsi di un fasto ritenuto eccessivo, sfoggiato per far aumentare l’importanza della sua carica. In questo modo finì per alienarsi le simpatie del popolo, oppresso dalle alte imposte necessarie a pagare tanto sfarzo. Dopo circa sette mesi di tribunato, Cola di Rienzo venne colpito dalla scomunica papale e dagli assalti dei nobili che cercavano con la forza di rientrare in città: il popolo non lo appoggiò ed egli fu costretto all’esilio. Venne eletto al suo posto un altro popolano, mentre Cola cercò rifugio presso l’Imperatore Carlo IV, che lo fece arrestare e consegnare al papa Clemente VI per essere giudicato come eretico e ribelle, ma la morte del papa e l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo VI, lo salvò da morte certa. Il nuovo papa pensò inoltre di servirsi di lui per abbattere il Comune popolare di Roma. Inviato in Italia con il nuovo titolo di Senatore di RomaCola venne accolto entusiasticamente dalla popolazione. Dopo poco tempo, egli ripetè gli errori già commessi in passato: per affrontare le spese militari derivanti dai continui assalti portati alla città dai baroni che tentavano di rientrare a Roma, egli accresceva le imposte, che finivano per gravare sulle spalle della parte più povera del popolo. Divenuto estremamente sospettoso per i continui tentativi di insidiare il suo potere, Cola si macchiò di diversi atti di crudeltà, alcuni dei quali portarono alla condanna a morte di persone totalmente innocenti. Tutto ciò gli inimicò definitivamente i romani, che nel 1354, sobillati dai nobili si sollevarono contro di lui uccidendolo mentre tentava di fuggire. La sua opera non andò persa con lui, poichè i nobili non riuscirono a tornare al governo della città: al posto dei due senatori della parte nobiliare, venne istituito l’ufficio di un solo senatore non romano e nominato direttamente dal papa. A suo fianco operava un consiglio composto da sette popolani, che rappresentavano il vero governo di Roma. Sotto questo governo, la città divenne molto più tranquilla che in precedenza. L’invio in Italia di Cola di Rienzo faceva parte di un più vasto piano politico che Innocenzo VI cercò di realizzare con l’aiuto dell’abile ed energico cardinale spagnolo Egidio di Albornoz. Giunto nella Penisola questi seppe in poco tempo ricondurre sotto l’autorità papale le città del Lazio e dell’Umbria, molte delle quali vi tornaro con entusiasmo allo scopo di sottrarsi alle prepotenze dei baroni. Si spostò quindi nelle Marche e in Romagna, dove portò a termine una dura lotta contro i signori locali. Nonostante le gravissime difficoltà , l’Albornoz riuscì, a riportare l’ordine anche in queste due regioni, riducendo in modo notevole i territori delle varie Signorie e stabilendo in tutte le città occupate dei rettori pontifici. A completamento della sua opera, il cardinale promulgò le famose Constitutiones Aegidianae, un testo giuridico che valse per molto tempo come fonte di diritto pubblico nello Stato della Chiesa. L’opera dell’Albornoz durò dal 1352 al 1367 e creOgrave; i presupposti per un ritorno della corte papale a Roma, insistentemente richiesto da numerose persone di fede, prima fra tutte Santa Caterina da Siena. A questo si aggiungevano gravi considerazioni di politica internazionale: la Francia era infatti impegnata nella Guerra dei Cento Anni, e la presenza del papa in territorio francese, poneva il pontefice in cattiva luce presso gli Inglesi. Inoltre la declinante potenza dei re francesi, non era più in grado di imporsi alla curia papale. Sulla base di tutto ciò, nel 1378 il papa Gregorio XI tornò a Roma ponendo fine alla cattività di Avignone, ma non ai dissensi all’interno dello Stato della Chiesa e neppure alle difficoltà all’interno della Chiesa stessa, nella quale si aprì poco dopo il pericoloso Scisma d’Occidente.
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