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 Gli scritti essoterici

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: Gli scritti essoterici   Mar Ago 17, 2010 10:09 am

Nei suoi dialoghi Aristotele non solo riprese la forma letteraria del maestro ma anche gli argomenti e qualche volta i titoli delle opere di lui. Scrisse infatti un Convito, un Politico, un Sofista, un Menèsseno; e poi il Grillo o Della retorica, che corrispondeva al Gorgia, il Protrettico che corrispondeva all'Etaidemo, l'Eudèmo o Dell'anima che corrispondeva al Fedone.
Quest'ultirno dialogo appare di schietta ispirazione platonica. Il tema di esso ci è conservato da un racconto di Cicerone (De div., I, 25, 35; fr. 37, Rose): Eudemo, malato, fa un sogno profetico che gli preannuncia la stia guarigione, la morte di un tiranno e il suo ritorno in patria. Le due prime cose si realizzano; ma mentre aspetta la terza, Eudemo muore in battaglia. Preanunziandogli il ritorno in patria, la divinità aveva voluta indicare che la vera patria dell'uomo è quella eterna, non quella terrena. Da questo racconto Aristotele traeva lo spunto per dimostrare l'immortalità e combattere le concezioni che le si opponevano. Tra queste criticava, come già Platone nel Fedone, il concetto dell'anima come armonia: l'armonia ha qualche cosa che le si contrappone, la disarmonia; l'anima come sostanza non ha invece nulla che le si contrappone; dunque l'anima non è armonia (fr. 45, Rose). Il dialogo ammetteva pure la dottrina platonica dell'anamnesi: l'anima che discende nel corpo dimentica le impressioni ricevute nel periodo della sua esistenza, invece l'anima ritornata con la morte nell'al di là ricorda ciò che ha subito nell'al di qua. Giacché «la vita senza corpo è la condizione naturale per l'anima, la vita nel corpo è contro natura come una malattia». Aristotele rimane qui ancora legato al pessimismo orfico-pitagorico già accettato da Platone. «Poiché è impossibile per l'uomo partecipare della natura di ciò che è veramente eccellente, sarebbe meglio per lui non essere nato; e, dato che è nato, il meglio è morire al più presto» (fr. 44, Rose).
Un'esortazione alla filosofia, diretta a un principe di Cipro, Temisone, era il Protrettico (o discorso esortatorio). L'esortazione prendeva la forma di un dilemma: «O si deve filosofare o non si deve: ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare; dunque in ogni caso filosofare è necessario» (fr. 51, Rose). Il filosofare è ancora concepito platonicamente come esercizio di morte; esso è la condanna di tutto ciò che è umano, in quanto apparenza ingannevole, perfino della bellezza (fr. 59, Rose).
Il filosofo come il politico devono guardare non alle imitazioni sensibili, ma ai modelli eterni. Perciò la conoscenza appare ad Aristotele nel Protrettico come saggezza morale (frònesis) mentre più tardi egli distinguerà nettamente la conoscenza dalla vita morale. Con l'esaltazione della figura e della vita del saggio, considerato come un dio mortale, superiore al tragico destino degli uomini (fr. 61, Rose), si chiudeva probabilmente il Protrettico, libro che fu tra i più letti e ammirati da spiriti diversissimi: dal cinico Craete che lo lesse nella bottega di un calzolaio (fr. 50, Rose) a S. Agostino, che dall'imitazione che ne fece Cicerone nell'Ortensio, fu tratto alla filosofia e quindi a Dio.
Il distacco di Aristotele dal platonismo dovette iniziarsi durante la permanenza di Aristotele ad Asso ed il suo primo documento è il dialogo Sulla filosofia, il quale rimase per molto tempo, cioè fino all'edizione della Metafisica per opera di Andronico da Rodi, la fonte principale per la conoscenza della dottrina di lui. ll dialogo constava di tre libri. Nel primo, Aristotele trattava dello sviluppo storico della filosofia, analogamente a quanto fece nel primo libro della Metafisica. Ma qui egli non cominciava da Talete, ma dalla sapienza orientale e dai Sette Savi. Platone era posto al culmine di tutta l'evoluzione filosofica. Nel secondo libro veniva criticata la dottrina delle idee di Platone. In un frammento rimastoci (fr. 9, Rose) è presa di mira specialmente la teoria delle idee-numeri: «Se le idee fossero un'altra specie di numeri, diversa da quella della matematica, non potremmo averne alcun intendimento.
Chi infatti, almeno della maggior parte di noi, può intendere che cosa sia un numero di specie diversa?». Ma da una testimonianza di Plutarco e di Proclo (fr. 8, Rose) sappiamo che egli impugnava l'intera teoria delle idee, dichiarando di non poterla seguire anche a costo di sembrare a qualcuno troppo amante della disputa. Nel terzo libro del dialogo Aristotele dava la sua costruzione cosmologica. Egli concepiva la divinità come il motore immobile che dirige il mondo in quanto causa finale, inspirando alle cose il desiderio della sua perfezione. L'etere era concepito come il corpo più nobile e più vicino alla divinità; al disotto del motore immobile stavano le divinità dei cieli e degli astri.
L'esistenza di Dio era dimostrata mediante la prova che dalla scolastica fu detta argomento dei gradi. In ogni dominio nel quale vi è una gerarchia di gradi e quindi una maggiore o minore perfezione, sussiste di necessità qualcosa di assolutamente perfetto. Ora giacché in tutto ciò che esiste si manifesta una tale gradazione di cose più o meno perfette, sussiste anche un ente di assoluta superiorità e perfezione e questo potrebbe essere Dio (fr. 16, Rose). Adattando il famoso mito platonico della caverna, Aristotele ne traeva un argomento per affermare l'esistenza di Dio. Se ci fossero uomini che avessero sempre abitato sotterra in splendide dimore adorne di tutto ciò che l'arte umana può fare; se essi non fossero mai saliti alla superficie della terra e avessero solo sentito parlare della divinità, diverrebbero tuttavia immediatamente certi dell'esistenza di essa, se, risaliti alla superficie, potessero contemplare lo spettacolo del mondo naturale (fr. 12, Rose). Mentre il mito della caverna serviva a Platone per dimostrare il carattere apparente e illusorio del mondo sensibile, serve ad Aristotele per esaltare la perfezione dello stesso mondo sensibile e per trarne argomento di prova dell'origine divina di esso. Il distacco tra Platone e Aristotele non potrebbe essere simboleggiato meglio che da questo mito.
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