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 Dal «filosofare» platonico alla «filosofia» aristotelica

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: Dal «filosofare» platonico alla «filosofia» aristotelica   Mar Ago 17, 2010 10:10 am

In un frammento dell'elegia, indirizzata a Eudemo, sull'altare di Platone, Aristotele così esalta il maestro:

L'uomo che ai cattivi non è lecito neppure lodare,
che solo o primo tra i mortali dimostrò chiaramente
con l'esempio della sua vita e col rigore delle argomentazioni
che buono e felice ad un tempo l'uomo diviene.
A nessuno ora è concesso di mai giungere a tanto.»

L'insegnamento fondamentale di Platone è dunque, per Aristotele, lo stretto rapporto che c'è tra la virtù e la felicità; e il valore di quest'insegnamento sta nel fatto che Platone non si limitò a dimostrarlo con serrate argomentazioni, ma lo incorporò nella sua vita e visse per esso. Ma per Platone l'uomo può raggiungere il bene, che è la stessa felicità, solo mediante una ricerca rigorosamente condotta e che metta capo alla scienza dell'essere in sè. Platone non stabiliva soltanto l'identità tra virtù e felicità ma anhe quella tra virtù e scienza. Che cosa pensa Aristotele di questa seconda identità, alla cui dimostrazione fu diretta l'opera intera di Platone?

Qui appunto cade il distacco tra Platone e Aristotele. Per Platone la filosofia è ricerca dell'essere ed insieme realizzazione della vita vera dell'uomo in questa ricerca: è scienza e, in quanto scienza, virtù e felicità. Ma per Aristotele, il sapere non è più la vita stessa dell'uomo che cerca l'essere e il bene, ma una scienza oggettiva che si scinde e si articola in numerose scienze particolari, ognuna delle quali acquista una sua autonomia. Da un lato, per Aristotele, la filosofia è diventata l'intero sistema delle scienze singole. Dall'altro, è essa stessa una scienza singola, che è bensì la «regina» delle altre, ma non le assorbe né le risolve in se stessa. Perciò mentre per Platone la ricerca filosofica dà luogo a successivi approfondimenti, all'esame di sempre nuovi problemi che cercano di stringere da ogni parte il mondo dell'essere e del valore, per Aristotele essa è diretta alla costituzione di una enciclopedia delle scienze nella quale nessun aspetto della realtà resti trascurato. La stessa vita morale dell'uomo diventa l'oggetto di una scienza particolare che è l'etica, la quale è autonoma, come ogni altra scienza, di fronte alla filosofia.

Il concetto della filosofia si presenta quindi in Aristotele profondamente mutato. Da un lato la filosofia deve costituirsi come scienza a sé e rivendicare quindi per sé quella stessa autonomia che le altre scienze rivendicano di fronte ad essa. Dall'altro lato, a differenza delle altre scienze, deve dar ragione del loro comune fondamento e giustificare la sua priorità nei confronti di esse. In questi termini, il problema è propriamente aristotelico e non trova riscontro nell'opera di Platone. Per Platone la filosofia non è che il filosofare e il filosofare è l'uomo che cerca di realizzare il suo vero se stesso, ricollegandosi all'essere, e al bene che è il principio dell'essere. Non c'e in Platone un problema di ciò che è la filosofia, ma solo il problema di ciò che è il filosofo, l'uomo nella sua autentica e compiuta realizzazione. Tale è la ricerca che domina tutti i dialoghi platonici, principalmente la Repubblica e il Sofista. Ma per Aristotele la filosofia, in quanto è scienza obiettiva, deve costituirsi per analogia con le altre scienze. E come ogni scienza è definita e resa specifica dal suo oggetto, così la filosofia deve avere un oggetto proprio che la caratterizzi di fronte alle altre scienze e nel contempo le dia, di fronte ad esse, la superiorità che le spetta.

Qual è questo oggetto?

Due punti di vista si intrecciano a questo proposito nella Metafisica aristotelica, punti di vista che segnano due tappe fondamentali dell'evoluzione filosofica di Aristotele. Per il primo, la filosofia è la scienza che ha per oggetto l'essere immobile e trascendente, il motore o i motori dei cieli; ed è quindi, propriamente parlando, teologia. Come tale, essa è la scienza più alta perché studia la realtà più alta, quella divina (Met., VI, 1, 1026 a, 19). Ma così intesa, la filosofia manca di universalità (e Aristotele stesso lo avvertiva: 1026 a, 23) perché si riduce ad una scienza particolare avente un oggetto che, anche se più alto e nobile di quelli delle altre scienze, non ha niente a che fare con essi. In questa fase, Aristotele, pur essendosi staccato dal concetto platonico del filosofare, rimane fedele al principio platonico che la ricerca umana deve esclusivamente o di preferenza rivolgersi agli oggetti più alti, che costituiscono i valori supremi. Ma una filosofia così intesa viene meno al compito di costituire il fondamento dell'enciclopedia delle scienze e di fornire la giustificazione di qualsiasi ricerca, a qualsiasi oggetto rivolta. Questa esigenza porta Aristotele al secondo punto di vista, che è quello definitivo, la cui realizzazione costituisce il suo cómpito storico. Per questo secondo punto di vista, la filosofia ha per oggetto, non una realtà particolare (e sia pure la più alta di tutte), ma l'aspetto fondamentale e proprio di tutta la realtà. Tutto il dominio dell'essere è diviso fra le singole scienze, ognuna delle quali considera un aspetto particolare di esso; la filosofia sola considera l'essere in quanto tale, prescindendo dalle determinazioni che formano oggetto delle scienze particolari. Questo concetto della filosofia come «scienza dell'essere in quanto essere» è veramente la grande scoperta di Aristotele. Non solo essa consente di giustificare il lavoro delle scienze singole, ma dà alla filosofia la piena autonomia e la massima universalità, costituendola come il presupposto indispensabile di ogni ricerca. In questo senso, la filosofia non è più soltanto teologia; la teologia è bensì una sua parte, ma non la prima né la fondamentale; giacché la prima e fondamentale è quella che muove alla ricerca del principio per il quale l'essere, ogni essere –Dio come l'infima realtà naturale – è veramente e necessariamente tale.
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