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 La sostanza come causa del divenire

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: La sostanza come causa del divenire   Mar Ago 17, 2010 10:17 am

Con la ricerca sulla natura della sostanza si intreccia nella Metafisica la ricerca intorno alle sostanze particolari. In questa seconda ricerca Aristotele è guidato dal criterio che egli illustra in un passo famoso del libro VII. Bisogna partire dalle cose che sono più conoscibili per l'uomo per giungere a quelle che sono più conoscibili in sé; al modo stesso in cui, nel campo dell'azione, si parte da ciò che è bene per il singolo affinché egli giunga a far suo il bene universale (1020 b, 3). Più facilmente conoscibili per l'uomo sono le sostanze sensibili; da queste si deve dunque partire nella considerazione delle sostanze determinate. E poiché esse sono soggette al divenire, si tratta di vedere quale funzione la sostanza compia nel divenire.
Tutto ciò che diviene ha una causa efficiente, che è il punto di partenza e il principio del divenire; diviene qualche cosa (per esempio, una sfera o un cerchio) che è la forma, o punto di arrivo del divenire; e diviene da qualche cosa, che non è la semplice privazione di questa forma, ma la sua possibilità o potenza e si chiama materia. L'artefice che costruisce una sfera di bronzo, come non produce il bronzo, così non produce neppure la forma della sfera che infonde al bronzo. Egli non fa che dare ad una materia preesistente, il bronzo, una forma preesistente, la sfericità. Se dovesse produrre anche la sfericità, dovrebbe cavarla fuori da qualche altra cosa, come cava fuori dal bronzo la sfera di bronzo; dovrebbe esserci cioè una materia da cui trarre fuori la sfericità e poi ancora una materia di questa materia e così via all'infinito.
È evidente dunque che la forma o specie, che si imprime alla materia, non diviene, ma piuttosto diviene l'insieme di materia e forma (sinolo) che da essa prende nome. La sostanza come materia o come forma sfugge al divenire; al quale è invece sottoposta la sostanza come sinolo.
Ciò non vuol dire che ci sia una sfera fuori di quelle che vediamo o una casa fuori di quelle fatte di mattoni.
Se così fosse, la specie non diventerebbe mai una realtà determinata, cioè questa casa o questa sfera. Essa esprime la natura di una cosa, non dice che la cosa c'è. Chi produce la cosa, trae fuori da qualcosa che c'è (la materia, il bronzo) qualcosa che c'è e ha in sé quella specie (la sfera di bronzo). La realtà determinata è quella specie che già sussiste in queste carni e in queste ossa, che formano Callia o Socrate; i quali sono, sì, diversi per la materia, ma sono identici per la specie, che è indivisibile (lb., 1034 a, 5).
La sostanza è dunque la causa non solo dell'essere ma anche del divenire. Nel primo libro della Metafisica Aristotele aveva distinte quattro specie di cause, ripetendo una dottrina già esposta nella Fisica (11, 3 e 7). «Di cause –aveva detto (Met., I, 3, 983 a, 26) – si parla in quattro modi. Causa prima diciamo la sostanza e l'essenza necessaria, giacché il perché si riduce da ultimo al concetto (logos) che, essendo il primo perché, è causa e principio. La seconda causa è la materia e il substrato. La terza è la causa efficiente, cioè il principio del movimento. La quarta è la causa opposta a quest'ultima, lo scopo e il bene che è il fine (telos) di ogni generazione e di ogni divenire». Ma ora è chiaro che queste quattro cause sono veramente tali solo in quanto si riducono tutte alla prima causa, alla sostanza di cui sono determinazioni o espressioni diverse. In quel primo saggio di storia della filosofia che Aristotele ci dà appunto nel primo libro della Metafisica, egli mette a profitto questa dottrina delle quattro cause per accertarsi se i suoi predecessori abbiano scoperto altre specie di causa, oltre quelle da lui enunciate negli scritti di fisica.
La conclusione della sua analisi è che tutti si sono limitati a trattare di una o due delle cause da lui enunciate: la causa materiale e la causa efficiente sono state ammesse dai fisici, la causa formale da Platone; mentre della causa finale ha avuto un certo sentore soltanto Anassagora. «Ma essi – aggiunge Aristotele – ne hanno trattato confusamente; e se in un senso si può dire che le cause sono state tutte indicate prima di noi, in un altro senso si può dire che non sono state indicate affatto» (I, 10, 992b, 13).
Aristotele è quindi consapevole di inserirsi storicamente nella ricerca istituita dai suoi predecessori e di portarla al compimento e alla chiarezza. Il compiti, che si è proposto gli appare suggerito dai risultati storici che la filosofia ha conseguito prima di lui.
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