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 L'anima

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: L'anima   Mar Ago 17, 2010 10:19 am

Una parte della fisica è quella che studia l'anima. L'anima è oggetto della fisica in quanto è forma incorporata nella materia; le forme di questo generi sono appunto, studiate dalla fisica, mentre la matematica studia le forme astratte o separate dalla materia. L'anima è una sostanza che informa e vivifica un determinato corpo. Essa è definita come «l'atto (entetechia) primo di un corpo che ha la vita in potenza». L'anima sta al corpo come l'atto della visione sta all'organo visivo: è la realizzazione finale della capacità che è propria di un corpo organico. Come ogni strumento ha una sua funzione, che è l'atto o o attività dello strumento (come, per esempio, funzione della scure è di tagliare), così il corpo in quanto strumento, ha come sua tunzione quella di vivere e di pensare; e l'atto di questa funzione è l'anima.

Aristotele distingue tre funzioni fondamentali dell'anima:

a) la funzione vegetativa che è la potenza nutritiva e riproduttiva ed è propria di tutti gli esseri viventi a cominciare dalle piante; b) la funzione sensitiva che comprende la sensibilità e il movimento ed è propria degli animali e dell'uomo; e) la funzione intellettiva che è propria dell'uomo. Le funzioni più elevate possono far le veci delle funzioni inferiori, ma non viceversa; così nell'uomo l'anima intellettiva compie anche le funzioni che negli animali sono compiute dall'anima sensitiva e nelle piante da quella vegetativa.

Oltre i cinque sensi specifici, ognuno dei quali fornisce particolari sensazioni (colori, suoni, sapori, ecc.), c'è un senso comune cui Aristotele attribuisce una duplice funzione:

I ) quella di costituire la coscienza della sensazione, cioè «il sentir di sentire,» che non può appartenere ad alcun senso particolare; 2) quella di percepire le determinazioni sensibili comuni a più sensi come il movimento, la quiete, la figura, la grandezza, il numero e l'unità. La sensazione in atto coincide con l'oggetto sensibile: per esempio, l'udire il suono e il suono stesso coincidono. In tal senso si può dire che se non ci fossero i sensi, non ci sarebbero gli oggetti sensibili (se non ci fosse la vista, non ci sarebbero i colori). Non ci sarebbero in atto: ci sarebbero bensì in potenza, perché essi coincidono con la sensibilità solo nell'atto di questa.

Dal senso si distingue l'immaginazione; la quale si distingue pure dalla scienza, che è sempre vera, e dall'opinione che è accompagnata dalla fede nella realtà dell'oggetto, perché tale fede manca nell'immaginazione. L'immaginazione è prodotta dalla sensazione in atto e le immagini che essa fornisce sono simili alle sensazioni; possono quindi negli animali o anche negli uomini, quando hanno la mente offuscata dal sentimento, dalle malattie o dal sonno, determinare l'azione.
Analogo a quello della sensibilità è il funzionamento dell'intelletto. L'anima intellettiva riceve le immagini come i sensi ricevono le sensazioni; il suo compito è di giudicarle vere o false, buone o cattive; e a seconda che le giudica, le approva o le disapprova, le desidera o le sfugge. L'intelletto è, quindi, la capacità di giudicare le immagini fornite dai sensi. «Nessuno potrebbe imparare ed intendere nulla se non apprendesse nulla coi sensi; e tutto quanto si pensa, si pensa necessariamente con immagini» (De an., III, 7, 432 a). Tuttavia il pensiero non ha nulla a che fare con l'immaginazione: è il giudizio portato sugli oggetti dell'immaginazione e che li dichiara veri o falsi, buoni o cattivi.
Come l'atto del sentire è identico con l'oggetto sensibile, così l'atto dell'intendere è identico con l'oggetto intelligibile. Ciò significa che quando l'intelletto intende, il suo atto s'identifica con la verità stessa, con l'oggetto inteso; più precisamente s'identifica con l'essenza sostanziale dell'oggetto stesso (De cm., III, 6, 430b, 27). Perciò Aristotele dice: «la scienza in atto è identica con il suo oggetto» (Ib., 431 a, 1), o, più in generale, che «l'anima è, in un certo modo, tutti gli enti»; gli enti infatti sono o sensibili o intellegibili e mentre la scienza s'identifica con gli enti intellegibili, la sensazione s'identifica con i sensibili (Ib., 431 h, 20).
Quest'identità tuttavia non c'è più quando si consideri non già la conoscenza in atto, ma quella in potenza. Aristotele insiste sulla distinzione tra intelletto potenziale e intelletto attuale. Quest'ultimo contiene in atto tutte le verità, tutti gli oggetti possibili d'intellezione. Esso agisce sull'intelletto potenziale come la luce che fa passare all'atto i colori che nell'oscurità sono in potenza: fa cioè passare all'atto le verità che nell'intelletto potenziale sono solo in potenza.
Perciò è detto da Aristotele intelletto attivo ed è considerato «separato, impassibile, non commisto» (De an., III, 5). Esso solo non muore e dura eterno, mentre l'intelletto passivo o potenziale si corrompe e senza di quello non può pensare nulla.

Se l'intelletto attivo sia dell'uomo, di Dio o di entrambi, in qual rapporto stia con la sensibilità, quale sia il significato di quella «separazione» che Aristotele gli attribuisce, sono problemi che Aristotele non si è proposti e che dovevano essere a lungo dibattuti nella scolastica araba e cristiana e nel Rinascimento
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