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 Il cristianesimo e la filosofia

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: Il cristianesimo e la filosofia   Mar Ago 17, 2010 10:38 am

La filosofia greca e la tradizione cristiana

La Grecia è stata veramente la culla della filosofia. Per la prima volta, nel mondo occidentale essa ha intesa e realizzata la filosofia come indagine razionale: cioè come indagine autonoma, che riceve solo da sé il fondamento e la legge del suo sviluppo. La filosofia greca ha dimostrato che la filosofia non può essere che ricerca e che la ricerca non può essere che libertà. La libertà implica che la disciplina, il punto di partenza, il termine e il metodo della ricerca siano giustificati e posti dalla ricerca stessa, non già accettati indipendentemente da essa.
Il prevalere del cristianesimo nel mondo occidentale determinò un nuovo indirizzo della filosofia. Ogni religione implica un insieme di credenze, che non sono frutto di ricerca perché consistono nell'accettazione di una rivelazione. La religione è l'adesione a una verità che l'uomo accetta in virtù di una testimonianza superiore. Tale è infatti il cristianesimo. Ai Farisei che gli dicevano: «Tu testimoni di te stesso, quindi la tua testimonianza non è valida», Gesù rispose: «Io non sono solo, ma siamo io e Colui che mi ha mandato» (Gv, VIII, 13, 16), fondando così il valore del suo insegnamento sulla testimonianza del Padre. La religione sembra perciò escludere nel suo stesso principio la ricerca e consistere anzi nell'atteggiamento opposto, dell'accettazione di una verità testimoniata dall'alto, indipendente da qualsiasi ricerca. Tuttavia, non appena l'uomo si chiede il significato della verità rivelata e si domanda per quale via può veramente intenderla e fame carne della propria carne e sangue del proprio sangue, l'esigenza della ricerca rinasce. Riconosciuta la verità nel suo valore assoluto, quale viene rivelata e testimoniata da una potenza trascendente, si determina immediatamente l'esigenza, per ogni uomo, di avvicinarsi ad essa e di comprenderla nel suo significato autentico, per vivere veramente con essa e di essa. A questa esigenza solo la ricerca filosofica può soddisfare. La ricerca rinasce, dunque, dalla stessa religiosità per il bisogno dell'uomo religioso di avvicinarsi, per quanto è possibile, alla verità rivelata. Rinasce con un còmpito specifico, impostole dalla natura di tale verità e dalle possibilità che essa può offrire alla comprensione effettiva da parte dell'uomo; ma rinasce con tutti i caratteri che sono propri della sua natura e con tanta più forza quanto maggiore è il valore che si attribuisce alla verità in cui si crede e che si vuole far propria.
Dalla religione cristiana è nata così la filosofia cristiana. La quale si è assunto il còmpito di portare l'uomo alla comprensione della verità rivelata da Cristo, in modo che egli possa veramente realizzarne in sé il significato autentico. Gli strumenti indispensabili per questo còmpito, la filosofia cristiana li trovò già pronti nella filosofia greca. Le dottrine dell'ultimo periodo, prevalentemente religioso, della speculazione ellenica si prestavano ad esprimere in modo accessibile all'uomo il significato della rivelazione cristiana; e a tale scopo furono infatti utilizzate nella maniera più ampia.


Gli evangeli sinottici


La predicazione di Cristo da un lato si collega alla tradizione ebraica, dall'altro la innova profondamente. La tradizione ebraica insegnava la credenza in un Dio unico, puro spirito e garante dell'ordine morale nel mondo degli uomini; un Dio che ha scelto come suo popolo eletto il popolo ebraico e lo sorregge nelle difficoltà, come lo punisce inesorabilmente nelle sue aberrazioni religiose e nei suoi mancamenti morali. L'ultima tradizione ebraica, quella dei profeti, annunciava, dopo un periodo di sventure e di punizioni tremende, il rinnovamento del popolo ebraico e il suo risorgere ad una potenza materiale e morale, che ne avrebbe fatto lo strumento diretto di Dio per il suo dominio nel mondo.
All'annuncio di questo rinnovamento, che avrebbe dovuto verificarsi attraverso l'opera di un Messia direttamente investito da Dio, si ricollega la predicazione di Cristo. Ma tale predicazione allarga immediatamente l'orizzonte dell'annuncio profetico, estendendolo dal solo popolo eletto a tutti i popoli della terra, a tutti gli uomini «di buona volontà» quali che
siano la loro razza, la loro civiltà e il loro grado sociale. Nello stesso tempo, toglie all'annunciato rinnovamento ogni carattere temporale e politico e ne fa un puro rinnovamento spirituale che deve realizzarsi nella interiorità delle coscienze.
Il regno di Dio annunziato da Gesù non esige un mutamento politico: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». È piuttosto una realtà invisibile e interiore all'uomo: «Non si potrà dire "eccolo qui" o "eccolo là" perché, ecco, il regno di Dio è dentro di voi». Esso è simile al granello di senape che è più piccolo di tutti i granelli e diventa un albero grande; è simile al lievito che si spande nella farina e la fa tutta lievitare: è cioè una vita spirituale che si sviluppa e si espande gradualmente negli uomini. Il regno di Dio esige l'abbandono radicale da parte dell'uomo di tutti gli interessi mondani. Gesù afferma esplicitamente di non essere venuto a portare la pace, ma la spada; l'accettazione del suo messaggio significa la rottura definitiva di tutti i legami terreni e il rivolgersi totalmente a Dio. Perciò egli dice: «Chi avrà trovata la sua anima la perderà, e chi avrà perduta la sua anima per me la troverà». Che cosa implichi per l'uomo questa rottura totale con il mondo e con il suo stesso io, questo totale rivolgersi a Dio, Gesù lo ha detto nel Discorso della montagna. Il regno dei cieli è per i poveri di spirito, per coloro che soffrono, per i mansueti, per quelli che desiderano la giustizia, per quelli che sono perseguitati. Esso impone all'uomo l'amore. Alla legge del Vecchio Testamento: «Occhio per occhio, dente per dente», Gesù oppone la nuova legge cristiana: «Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa spuntare il sole sui malvagi e sui buoni e piovere sui giusti e sugli ingiusti. Giacché, se amate solo coloro che vi amano, che merito avete? Non fanno questo anche i pubblicani? E se avete cari solo i vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno lo stesso anche i pagani? Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste».
Nella predicazione di Gesù, Dio, più che il Signore, è il Padre degli uomini, più che ministratore di quella giustizia inflessibile e vendicativa che gli attribuiscono gli Ebrei, è fonte inesauribile di amore, che l'amore comanda a tutti gli uomini come il primo e fondamentale dovere. La comunità umana che dovrà uscire dalla predicazione di Cristo sarà dunque una comunità fondata sull'amore. Il rapporto stesso tra l'uomo e Dio deve essere essenzialmente un rapporto d'amore. L'uomo deve abbandonarsi alla provvidenza del suo Padre celeste: «Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato per sovrappiù». Ma questo abbandono non deve essere un'attesa inerte. «Vigilate – dice Gesù – perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà». Attendere il regno di Dio significa prepararsi incessantemente per esso. Nulla è concesso senza sforzo: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto». Tutto l'insegnamento di Gesù è inteso a comunicare l'esigenza di questa attesa attiva e preparatoria, di questa ricerca senza la quale non è possibile rendersi degni del regno di Dio. Perciò Gesù si rivolge di preferenza agli umili e a coloro che soffrono («Io son mandato soltanto alle pecore sperdute della casa d'Israele»:, mentre ritiene che il suo appello risuoni invano per coloro che sono soddisfatti di sé e non hanno nulla da chiedere alla vita: «È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago anzi che un ricco entri nel regno di Dio». Soltanto dal dolore, dall'inquietudine e dal bisogno nasce nell'uomo l'aspirazione alla giustizia, alla pace e all'amore, che porta al regno di Dio.


Le «lettere» paoline


Le Lettere di S. Paolo, scritte occasionalmente a varie comunità cristiane, contengono, oltre che richiami alla dottrina fondamentale del Cristo, ammonimenti, consigli, prescrizioni rituali. Ma contengono pure la chiara espressione dei capisaldi concettuali della nuova religione, che dovevano servire, nei secoli successivi, come punti costanti di riferimento delle dispute teologiche e delle interpretazioni filosofiche. Tali capisaldi possono essere ricapitolati nel modo seguente:
1° La conoscibilità naturale di Dio, quindi la riduzione a colpa dell'ignoranza o misconoscenza di lui. Dio è infatti conoscibile attraverso le sue opere, nelle quali egli stesso si è rivelato e da esse appaiono in modo evidente la sua potenza e la sua gloria.
2° La dottrina del peccato originale e del riscatto mediante la fede in Cristo. «Come attraverso un solo uomo il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte, così allo stesso modo la morte trapassò a tutti gli uomini perché tutti peccarono». Il riscatto dal peccato avviene attraverso la fede in Cristo. «Dio è giusto e giustifica chi ha fede in Gesù. Dov'è dunque la ragione di vantarsi? E' stata esclusa. Attraverso quale legge? Forse quella delle opere? No, ma attraverso la legge della fede. Siamo convinti che l'uomo sarà giustificato con la fede, senza le opere della legge».
3° Il concetto della grazia come azione salvatrice di Dio attraverso la fede. «Non come avvenne per la trasgressione, così fu per la grazia; che se per la trasgressione di uno solo, tutti morirono, molto più sovrabbondò la grazia di Dio e la gratuità della grazia di un solo uomo: Gesù Cristo».
4° Il contrasto tra la vita secondo la carne e la vita secondo Io spirito: «Se vivete secondo la carne, precipiterete nella morte; se con lo spirito fate morire gli atti del corpo, vivrete. Giacché tutti quelli che seguono lo spirito di Dio sono suoi figli».
5° L'identificazione del regno di Dio con la vita e lo spirito della comunità dei fedeli cioè con la Chiesa. Secondo S. Paolo, la Chiesa è il corpo di Cristo di cui i cristiani sono le membra diverse ma armonizzate e concordi.
Nella comunità cristiana vi è posto per i còmpiti più diversi, che tutti cospirano all'unità dell'insieme; ma ognuno deve scegliere quello per il quale è chiamato. Domina nelle lettere paoline il concetto della vocazione (cléisis) attraverso la quale la grazia (charis) divina opera in ciascun individuo chiamandolo al dono o alla funzione carismatica che è più conforme
alla sua natura. «Ciascuno rimanga nella vocazione alla quale è chiamato». «V'è diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; v'è diversità di servizi, ma uno solo è il Signore; v'è diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. In ciascuno lo Spirito si manifesta in quel modo che torna più utile». E così ad uno è data la sapienza, ad un altro la scienza, ad un altro la fede, ad un altro il dono della profezia e così via, ma tutti sono come le membra di un unico corpo che è lo stesso corpo di Cristo, la comunità dei cristiani. Ma la stessa diversità di funzioni nella comunità rende necessaria l'armonia spirituale dei suoi membri, e questa armonia è garantita soltanto dall'amore (agape = charitas). L'amore è la condizione di ogni vita cristiana. Tutti gli altri doni dello spirito, la profezia, la scienza, la fede sono nulla senza di esso. «La . carità sopporta tutto, ha fede in tutto, spera tutto, sostiene tutto... Ci sono, ora, la fede, la speranza, la carità, queste tre cose; ma la carità è la maggiore di tutte». Questa accentuazione del valore della carità e il posto centrale che il concetto di vocazione occupa nelle lettere paoline dimostrano con tutta evidenza che il cristianesimo è diventato una comunità storica, la cui vita consiste nel cercare di comprendere l'insegnamento e la persona di Cristo e di realizzarne il significato.


Il IV Evangelo


Negli evangeli sinottici la predicazione di Cristo appare già strettamente legata alla persona di Cristo. Cristo ha dato la testimonianza della verità del suo insegnamento con l'appello al Padre celeste che lo ha mandato tra gli uomini, coi miracoli che ha operato e soprattutto con la sua risurrezione. L'Evangelo di S. Giovanni è dominato, più di quelli sinottici, dalla figura di Gesù e presenta per la prima volta il tentativo d'intendere filosoficamente la figura del Maestro e il principio del suo insegnamento. Il prologo del IV Evangelo vede in Gesù il Logos o Verbo divino. «In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio. In principio, Egli era presso Dio. Tutto è stato creato attraverso di Lui e senza di Lui nessuna cosa creata è stata creata. In Lui, era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce apparve nelle tenebre e le tenebre non l'hanno compresa». In queste parole di Giovanni viene per la prima volta determinata la natura del Cristo attraverso il concetto del Logos, che era già entrato nella tradizione giudaica con il libro della Sapienza. Al Logos è attribuita la funzione di mediatore tra Dio e il mondo, in quanto si dice che tutto è stato creato attraverso di lui. Viene riconosciuta la sua diretta filiazione e derivazione dal Padre e gli viene attribuito chiaramente il còmpito di salvatore di tutti gli uomini. «Io non prego solo per costoro [i discepoli] ma per tutti quelli che per la loro parola crederanno in me, affinché tutti siano una sola cosa, al modo in cui tu, o Padre, sei in me ed io in te, affinché anch'essi siano in noi e tutto il inondo creda che proprio tu mi hai mandato». Nel IV Evangelo l'opposizione tra legami terreni e regno di Dio viene espressa come opposizione tra la vita secondo la carne e la vita secondo lo spirito e presentata come l'alternativa cruciale dell'uomo. La vita secondo lo spirito è una nuova vita che implica una nuova nascita. «In verità, in verità vi dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. Nicodemo gli disse: Come può nascere un uomo già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel seno della madre e rinascere? Gesù rispose: In verità, in verità ti dico, che se uno non è nato dall'acqua e dallo spirito non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è nato dalla carne è carne e ciò che è nato dallo spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti dico: bisogna che voi nasciate di nuovo. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il suono, ma non sai da dove viene e dove va; tale è ogni cosa che sia generata dallo spirito». Questa rinascita nello spirito (pneuma) è la nascita alla vera vita. «Lo spirito è ciò che vivifica, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho dette sono spirito e vita». La vita spirituale implica un criterio nuovo di giudizio, perciò Gesù dice ai Farisei: «Voi giudicate secondo la carne, ma io non giudico nessuno. E se anche giudico, il mio giudizio è vero, perché io non sono solo, ma siamo io e Colui che mi ha mandato».


La filosofia cristiana


Il còmpito d'intendere e realizzare il messaggio di Cristo rimase quello della comunità cristiana per i secoli successivi. La vita storica della Chiesa è il tentativo continuo di avvicinare gli uomini al significato essenziale del messaggio cristiano, riunendoli in una comunità universale (cattolicismo), nella quale il valore di ogni uomo sia fondato unicamente sulla sua capacità di vivere in conformità dell'esempio di Cristo.
Ma la condizione fondamentale di questo avvicinamento è la possibilità di comprendere il significato di quel messaggio; e tale còmpito è proprio della filosofia. La filosofia cristiana non può avere lo scopo di scoprire nuove verità e neppure di approfondire e sviluppare la verità originale del cristianesimo, ma solo quello di trovare la via migliore per la quale gli uomini possano giungere a comprendere e far propria la rivelazione cristiana. Tutto ciò che era necessario per il risollevarsi dell'uomo dal peccato e per la salvezza di lui è stato insegnato da Cristo e suggellato con il suo martirio. All'uomo non è dato di scoprire se non faticosamente il significato essenziale della rivelazione cristiana, né può egli scoprirlo da solo, affidandosi unicamente alla ragione. Nella Chiesa cristiana la filosofia non solo muove a chiarire una verità che è già nota fin dall'inizio, ma muove a chiarirla nell'ambito di una responsabilità collettiva, nella quale ciascun individuo trova una guida ed un limite. La Chiesa stessa, nelle sue assise solenni (Concili), definisce le dottrine che esprimono il significato fondamentale della rivelazione (dogmi).
Da ciò deriva il carattere proprio della filosofia cristiana, nella quale la ricerca individuale trova segnati anticipatamente i suoi limiti. Essa non è, come la filosofia greca, ricerca autonoma che deve muovere in primo luogo a fissare i termini e il significato del suo problema; i termini e la natura del problema le sono già dati. Ciò non diminuisce il suo significato vitale: solo attraverso la ricerca filosofica il messaggio cristiano, nell'immutabilità del suo significato fondamentale, ha rinnovato e conservato attraverso i secoli la forza e l'efficacia del suo magistero spirituale.
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