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 LA FILOSOFIA PATRISTICA NEI SECOLI III E IV

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Angelodiluce
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MessaggioTitolo: LA FILOSOFIA PATRISTICA NEI SECOLI III E IV   Mar Ago 17, 2010 10:43 am

Caratteri del periodo


L'elaborazione dottrinale del cristianesimo, iniziata dagli apologisti per difendere la comunità ecclesiastica contro persecutori ed eretici, viene continuata e approfondita nei secoli successivi per una necessità interna, che si afferma sempre più dominante nel campo stesso della Chiesa. In questa successiva elaborazione dominano meno i motivi polemici e più l'esigenza di costituire la dottrina ecclesiastica in un organismo unico e coerente, fondato su una solida base logica. La parte della filosofia diventa perciò sempre maggiore. La continuità che gli apologisti orientali, a cominciare da Giustino, avevano stabilita fra il cristianesimo e la filosofia pagana si rinsalda e si approfondisce.
Il cristianesimo si presenta come la filosofia autentica che assorbe e porta alla verità il sapere antico, del quale può e deve servirsi per trarre elementi e motivi della propria giustificazione. Le dottrine fondamentali del cristianesimo trovano, mediante questo lavorio, la loro sistemazione definitiva. Il periodo che va dal 200 al 450 circa è decisivo per la costruzione dell'intero edificio dottrinale del cristianesimo. Le speranze escatologiche delle numerose sètte cristiane, che avevano dominato nel periodo precedente, vengono meno.
Se di fronte all'imminente ritorno del Cristo, il lavoro lungo e paziente della ricerca dottrinale sembrava pressoché inutile e prendevano il primo posto i riti preparatori e propiziatori, venuta meno la speranza di questo ritorno, la ricerca dottrinale diventa la prima e fondamentale esigenza della Chiesa, quella che deve garantirne l'unità e la solidità nella storia.

Il primo impulso a tale ricerca fu dato dalla scuola catechetica di Alessandria, che esisteva già da tempo quando, nel 180, ne divenne capo PANTENO che le dette il carattere di un'accademia cristiana nella quale l'intera sapienza greca veniva utilizzata per gli scopi apologetici del cristianesimo. La scuola raggiunse il suo massimo splendore con Clemente e Origene; ma quando, nel 233, Origene cercò in Palestina una nuova patria e aprì a Cesarea la sua scuola, questa soppiantò l'altra e divenne la sede della grande biblioteca che fu la più ricca di tutta l'antichità cristiana.


Clemente Alessandrino

TITO FLAVIO CLEMENTE nacque intorno al 150 probabilmente in Atene. Passato al cristianesimo viaggiò in Italia, in Siria, in Palestina e finalmente in Egitto. Ad Alessandria, poco prima del 180, divenne scolaro di Panteno e in seguito prete di quella Chiesa. Dal 190 circa, fu collaboratore ed aiuto nell'insegnamento di Panteno e dopo la morte di questi (verso il 200) divenne capo della scuola catechetica. Nel 202 o 203 fu costretto a lasciare Alessandria per la persecuzione di Settimio Severo; verso il 211 era nell'Asia Minore presso il suo scolaro Alessandro, che fu poi vescovo di Gerusalemme: in una lettera di Alessandro a Origene del 215 o 216 si parla di Clemente come di un padre già morto (EUSEBIO, Hist. eccl., VII, 14, 8-9).
I tre scritti che ci rimangono di Clemente, Protrettico ai Greci, Pedagogo e Tappeti, furono da lui concepiti come tre parti di un disegno unico, di una progressiva introduzione al cristianesimo. Il Protrettico, o esortazione ai Greci, si avvicina molto nel contenuto e nella forma alla letteratura apologetica del II secolo. Il Pedagogo, in tre libri, mira ad educare alla vita cristiana il lettore che si è già allontanato dal paganesimo. I Tappeti o Stromata cioè «tessuti di commentari scientifici sulla filosofia» dovevano avere il còmpito di esporre scientificamente la verità della rivelazione cristiana. È andata perduta l'opera intitolata Ipotiposi (schizzi o abbozzi) e ci è rimasta un'omelia dal titolo Quale ricco si salverà?
Il primo còmpito di Clemente è quello di elaborare il concetto stesso di una gnosi cristiana. Non c'è dubbio che la conoscenza sia il termine più alto cui l'uomo possa giungere. Essa è il compimento (teleiosis) dell'uomo: essa è la salda e sicura dimostrazione di ciò che è stato accettato per fede e di fronte ad essa la fede è solo la conoscenza abbreviativa e sommaria delle verità indispensabili (Strom., VII, 10). Ma, dall'altro lato, la fede è condizione della conoscenza. Tra fede e conoscenza c'è lo stesso rapporto che gli Stoici stabilivano tra la prolepsi, cioè la conoscenza preliminare dei primi principi, e la scienza: come la scienza presuppone la prolepsi così la gnosi presuppone la fede.
La fede è così necessaria alla conoscenza come i quattro elementi sono necessari alla vita del corpo (Ib., II, 6). Fede e conoscenza non possono sussistere l'una senza dell'altra (Ib., Il, 4). Ma per giungere dalla fede alla conoscenza è necessaria la filosofia. La filosofia ha avuto per i Greci lo stesso valore che per gli Ebrei ha avuto la legge del Vecchio Testamento: li ha condotti a Cristo. Clemente ammette, come Giustino, che in tutti gli uomini, ma specialmente in quelli che si sono dedicati alla speculazione razionale, è presente un «efflusso divino», una «scintilla del Logos divino» che fa scoprire ad essi una parte della verità, per quanto non li renda capaci di raggiungere la verità intera, che viene rivelata solo dal Cristo (Protr., 6, 10; 7, 6). Certamente, i filosofi hanno mescolato il vero con il falso; si tratta, allora, di scegliere nelle loro dottrine quello che c'è di vero, tralasciando il falso, e la fede fornisce il criterio di questa scelta (Strom., II, 4). La filosofia deve essere in questo senso l'ancella della fede, come Agar di Sara. In questa subordinazione della filosofia alla fede sta il carattere della gnosi cristiana. La gnosi degli Gnostici è la falsa gnosi perché stabilisce tra filosofia e fede il rapporto inverso: se allo gnostico fosse data la scelta tra la gnosi e la salvezza eterna, egli sceglierebbe la gnosi, perché la giudica superiore ad ogni cosa (Ib., IV, 22).
Questo concetto della gnosi influisce potentemente sulle dottrine teologiche di Clemente. Il cristianesimo è l'educazione progressiva del genere umano e Cristo è essenzialmente il Maestro, il Pedagogo. Tale interpretazione diventa predominante nella Chiesa a misura che vengono meno le speranze nell'immediato ritorno del Cristo e quindi nell'imminente distruzione o rigenerazione del mondo. Al concetto di una rigenerazione istantanea si sostituisce quello della rigenerazione graduale che deve verificarsi attraverso la storia con l'assimilazione e la comprensione progressiva dell'insegnamento del Cristo. Questa interpretazione, già chiara in Clemente, dominerà tutta l'opera di Origene.
Di fronte a Dio, che è inattingibile perché supera ogni parola e ogni pensiero e di cui possiamo sapere ciò che non è, più di ciò che è, il Logos è la sapienza, la scienza, la verità, e, come tale la guida di tutta l'umanità (Ped., 1, 7). Il Logos è l'alfa e l'omega perché tutto muove da lui e tutto ritorna a lui (Strom., IV, 25).
L'azione stessa dello Spirito Santo è subordinata al Logos giacché lo Spirito è la luce della verità, luce della quale partecipano, senza moltiplicarla, tutti quelli che hanno la fede (16., IV, 16). Come supremo maestro il Logos è anche la guida e la norma della condotta umana. La massima stoica del vivere secondo ragione assume in Clemente il significato di vivere secondo l'insegnamento del Figlio di Dio (Ib., VII, 16). Ma obbedire al Logos significa amarlo; l'obbedienza e l'amore sono condizionati dalla conoscenza. Alla fede è data la conoscenza, alla conoscenza l'amore, all'amore il premio celeste (Ib., VII, 10).


Origene: vita e scritti

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Scolaro di Origene fu DIONIGI di Alessandria, al quale Eusebio dà la qualifica di grande. Dal 231-32 fu a capo della scuola catechetica di Alessandria succedendo ad Eracla; nel 247-48 divenne vescovo della città e morì nel 264 o 265. I Discorsi sulla natura, di cui Eusebio ci ha conservato frammenti, erano diretti contro l'atomismo di Democrito e degli Epicurei. Fra le numerose Lettere, di cui molte trattano questioni dogmatiche o disciplinari, quelle scritte contro il sabellianisino accentuavano la differenza del Logos da Dio Padre, facendo di lui una creazione del Padre. Ma in un'opera successiva intitolata Confutazione e difesa abbandonava la sua interpretazione e ne dava un'altra del tutto ortodossa.

Scolaro di Origene fu pure GREGORIO il Taumaturgo, nato verso il 213 a Neocesarea nel Ponto, che fu poi vescovo della sua città natale e morì al tempo di Aureliano (270-75). Due biografie, una di Gregorio Nisseno, l'altra siriaca che è un rimaneggiamento della prima, narrano una serie di storie miracolose che spiegano il suo soprannome. Gregorio è autore di un Discorso di ringraziamento, nel quale si esalta l'opera di maestro di Origene, di uno scritto A Teopompo sulla capacità e incapacità di patire di Dio, conservato solo in siriaco e nel quale si discute la questione se l'impassibilità di Dio implichi la sua noncuranza degli uomini; e di altri scritti minori, esegetici e dogmatici. A lui viene pure attribuito il breve trattato Sull'anima, a Taziano che esamina la natura dell'anima al di fuori di ogni prova desunta dalle Scritture.

Noto soprattutto come storico dei primi secoli della Chiesa è EUSEBIO vescovo di Cesarea, nato nel 265, morto nel 340. Scolaro di PANFILO, del quale per riconoscenza assunse il nome (Eusebio di Panfilo), gli fu compagno quando il maestro fu messo in carcere, e, insieme con lui, compose una Apologia di Origene in 5 libri dei quali rimane solo il primo in un rimaneggiamento di Rufino. Eusebio è autore di una cronaca che porta il titolo di Storia varia e di una Storia ecclesiastica che va fino al 323 ed è un ricchissimo archivio di fatti, documenti ed estratti di opere di ogni specie, della prima età della Chiesa. Egli ha scritto inoltre un panegirico ed un elogio dell'imperatore Costantino, del quale fu amico entusiasta.
Le opere dogmatiche Contro Marcello e Sulla teologia ecclesiastica mostrano una spiccata tendenza all'arianesimo, di cui difende la tesi fondamentale della non identità di natura tra il Padre e il Logos. Le opere apologetiche Preparazione evangelica, in 15 libri, e Dimostrazione evangelica, in 20 libri (dei quali però ci rimangono solo i primi 10) mirano a dimostrare la superiorità del cristianesimo sul paganesimo e sul giudaismo. Un estratto di queste due opere è lo scritto Sulla teofania, in 5 libri, di cui esistono frammenti in greco e una versione siriaca completa. Rimangono di Eusebio altre opere apologetiche (Introduzione generale elementare; Contro Gerocle) e parti o frammenti della sua vasta opera esegetica delle Sacre Scritture. Lo scritto filosoficamente più significativo è la Preparazione evangelica, nella quale Eusebio utilizzando la ricca biblioteca di Cesarea ha accumulato un vastissimo materiale di estratti di scritti greci, che spesso sono preziosi anche per noi, essendo andate perdute le opere da cui furono desunti. Quest'opera è dominata dalla convinzione che filosofia e rivelazione sono identiche e che nel cristianesimo ha trovato piena espressione la verità che era già balenata ai filosofi greci. E' la stessa convinzione che aveva animato Giustino, Clemente e Origene e che dominerà l'opera di S. Agostino. Quell'identità sembra ad Eusehio evidente soprattutto per tutto ciò che riguarda il platonismo. Platone è da lui considerato come un profeta (XIII, 13) o come un «Mosè atticizzante» (XI, 10).

Platone e Mosè vanno d'accordo e hanno le stesse idee; Platone ha conosciuto la Trinità divina perché ha messo accanto a Dio ed al Logos l'anima del mondo (XI, 16). Nelle dottrine etiche e pedagogiche coincidono Platone e Mosè, Platone e S. Paolo; e la stessa repubblica platonica ha trovata la sua realizzazione nella teocrazia giudaica (XIII, 12). Tuttavia Platone rimane ancorato al politeismo e ammette il dualismo di Dio e della materia eterna, che è inconciliabile con il cristianesimo; egli è dunque giunto al vestibolo della verità, non alla verità stessa (XIII, 14). Questa viene rivelata dal cristianesimo, che perciò è la vera e definitiva filosofia. Nel cristianesimo non solo gli uomini sono filosofi ma anche le donne; i ricchi come i poveri, gli schiavi come i padroni (I, 4). Che la filosofia greca abbia potuto raggiungere tanti elementi della verità cristiana si spiega con la sua derivazione dalle fonti ebraiche (X, 1); o forse anche perché Platone è stato indirizzato alla verità dalla natura stessa delle cose o da Dio (Xl, Cool.

Avversario di Origene fu, invece, MET0DIO, vescovo di Filippi, che morì martire verso il 311. Contro Origene era diretto il suo scritto Sulle cose create di cui ci rimangono frammenti. Egli è poi autore di tre dialoghi di foggia platonica: Convito o sulla verginità; Sul libero arbitrio, che in gran parte ci è stato tramandato in greco e in una versione slava, e Sulla resurrezione, del quale esistono frammenti del testo greco e una versione slava raccorciata. Per dimostrare l'eternità del mondo, Origene aveva detto che se non ci fosse il mondo, Dio non sarebbe il creatore e il Signore. Metodio oppone che allora Dio è di per sé incompiuto e raggiunge la sua perfezione solo attraverso il mondo: il che è contrario al principio, posto dallo stesso Origene, che Dio è di per se stesso perfetto (De creatis, 2). Contro la dottrina di Origene, secondo la quale gli uomini e gli angeli esistevano nel mondo intellegibile come sostanze spirituali dello stesso genere e che solo con la caduta si sono differenziati, Metodio difende la differenza tra le anime umane e gli angeli e nega la preesistenza delle anime umane al corpo (De resurrect., 10-1 1). Nello scritto sul libero arbitrio egli nega che il male dipenda da una materia eterna (che era dottrina gnostica) e afferma che esso è prodotto dalla volontà libera della creatura razionale.

Buona parte dell'attività speculativa nel secolo IV fu messa al servizio della disputa sull'arianesimo.
ARIO (morto nel 336) aveva affermato che il Logos o Figlio di Dio è stato creato dal nulla esattamente come tutte le altre creature e che quindi non è eterno. Se è detto nelle Sacre Scritture Figlio di Dio, è tale nel senso in cui lo sono tutti gli uomini. La sua natura pertanto è differente da quella del Padre; la sua sostanza è diversa.

Di Ario ci ha conservato alcuni frammenti il suo grande oppositore ATANASIO. Nato intorno al 295, Atanasio ebbe una parte predominante nella condanna che il primo Concilio ecumenico della Chiesa, tenuto a Nicea nel 325, pronunciò sull'arianesimo. Ma la sentenza del Concilio non venne riconosciuta subito e la polemica tra i cristiani continuò per molto tempo. Atanasio, che era stato creato vescovo di Alessandria, subì persecuzioni e condanne per opera degli ariani e morì il 2 maggio 373 ad Alessandria. La parte più notevole dell'attività letteraria di Atanasio è quella dedicata alla polemica contro l'arianesimo: Discorsi contro gli ariani, Lettere a Serapione, Libro sulla Trinità e sullo Spirito Santo. Egli scrisse anche opere storico-polemiche, esegetiche ed ascetiche e due apologie, Discorso contro i Greci e Discorso sulla incarnazione del Verbo, che sono due parti di un unico scritto. Atanasio afferma energicamente l'identità di natura del Figlio con il Padre: se il Figlio fosse una creatura, non potrebbe riunire a Dio le creature perché avrebbe a sua volta bisogno di questa unione. Il Figlio ha in comune con il Padre tutta la pienezza della divinità e partecipa della sua stessa potenza. Lo Spirito Santo procede insieme dal Padre e dal Figlio. C'è pertanto una sola divinità ed un solo Dio in tre persone. Le formulazioni di Atanasio costituirono la dottrina ufficialmente accettata dalla Chiesa al Concilio di Nicea.

Questa dottrina ebbe come difensori «i tre luminari di Cappadocia”: Basilio il Grande, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Basilio fu soprattutto uomo di azione, Gregorio di Nazianzo oratore e poeta, Gregorio di Nissa pensatore.
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LA FILOSOFIA PATRISTICA NEI SECOLI III E IV
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